MUSICA
Allevi in tour ci ricorda (anche) come attraversare il dolore
Il pianista torna sul palco con un concerto intimo e potente: musica, malattia e rinascita si fondono in un’esperienza condivisa
Il ritorno in tour di Giovanni Allevi non è soltanto un evento musicale. È un atto di presenza, una testimonianza viva di come l’arte possa diventare strumento per attraversare il dolore senza negarlo. Affetto da mieloma multiplo, il maestro entra in scena “corazzato” da un busto che sostiene il suo corpo provato, si siede da solo al pianoforte e, prima ancora di suonare, trasmette al pubblico un silenzio carico di senso.

Un concerto che è anche un’esperienza
Al Teatro Dal Verme di Milano, tappa inaugurale di una tournée che toccherà Italia ed Europa, il pubblico avverte subito che non assisterà a un semplice recital per pianoforte solo. Ogni nota diventa parte di un percorso condiviso, dove musica e vita si intrecciano senza retorica. Allevi non si sottrae al racconto della malattia, della paura e della fatica quotidiana, ma nemmeno alla speranza che resiste.
La sofferenza come rivelazione

Nel corso del concerto, il pianista ricorda una frase che ha già affidato alle pagine del libro I nove doni e al documentario Giovanni Allevi – Back to life: «Nulla ti dona la consapevolezza della sacralità della vita come la sofferenza». È da questa consapevolezza che nasce una felicità possibile, non ingenua, che non rimuove il dolore ma lo attraversa.
Le “pillole” musicali della rinascita
La scaletta diventa una sorta di meditazione sonora. Aria richiama il respiro come primo legame tra corpo e anima. My Angel è dedicata all’angelo custode, presenza in cui Allevi confessa di credere. Back to life racconta il ritorno fragile e potente alla vita. Il bis conclusivo, una rivisitazione del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier, si fa inno alla dimensione spirituale europea, oggi smarrita ma ancora capace di bellezza.
Il letto d’ospedale come luogo “sacro”
Uno dei momenti più intensi arriva quando Allevi parla dell’ottavo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, definendolo un luogo “sacro”. «Le statistiche dicono che il mio domani non si può spingere troppo in là. Ma io non credo alle statistiche», afferma. «Vivo in un presente allargato, in cui ogni alba è una promessa e ogni tramonto un arrivederci».
Il filo che lega Allevi ed Ezio Bosso
Guardando le sue mani scorrere sulla tastiera, vulnerabili eppure precise, il pensiero corre a Ezio Bosso. Anche Bosso, segnato dalla malattia, aveva trasformato la sofferenza in altezza artistica, ricordando che «c’è un solo modo di fare musica: insieme». Entrambi hanno mostrato che il dolore non è un nemico da cancellare, ma una realtà da abitare e trasformare.
Quando l’arte diventa speranza
Giovanni Allevi, come Ezio Bosso, arriva dritto al cuore perché non ha mai avuto paura di esporsi, di raccontare la fragilità e di farne musica. È un’arte che nasce dalla gratitudine e che, senza clamore, continua a donare speranza.