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Che cos’è il tsundoku, l’arte di accumulare libri senza mai leggerli

Acquistare libri senza mai finirli ha un nome preciso e non è “bibliomania”

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Accumulare libri senza mai leggerli: che cos'è il tsundoku, l'arte di accatastare per poi lasciar perdere

Gli amanti della lettura conosceranno alla perfezione di cosa stiamo parlando ovvero di quell’irrefrenabile voglia di acquistare, uno dopo l’altro, libri su libri su libri da impilare, da inserire a forza nella libreria o da lasciare per casa, sia mai che venga voglia di leggere Dostoevskij tra lo sgabuzzino e la lavanderia. Episodio tutt’altro che singolare, l’amore per i libri e l’arte di impilarli senza avere materialmente il tempo di leggerli tutti prima di acquistarne altri, è in realtà un vero e proprio “gene” ereditato dal passato. Sebbene il termine con cui indicare questa vera e propria passione sia relativamente recente, l’arte in sé era già nota nel Medioevo.

Che cos’è il tsundoku e perché c’è del tsundoku in tanti amanti della lettura.

Tsundoku, l’arte di accumulare i libri

C’è chi ammetterà di aver “sofferto” di tsundoku almeno una volta nella vita e chi, probabilmente, mente ma solamente perché non ha ben chiaro di cosa si tratti. Lo scrittore e giornalista Ugo Ojetti scriveva “Chi accumula libri, accula desideri“, e di questo si tratta. Lo tsundoku altro non è che il desiderio indomabile che spinge i lettori ad acquistare libri continuamente, ben prima di aver terminato di leggere quelli che possiede e via così, all’infinito. Talvolta è una copertina accattivante, altre volte è la quarta di copertina o semplicemente un articolo di giornale, l’intervista all’autore: i motivi che spingono gli amanti della lettura verso l’acquisto di un nuovo gioiello sono disparati, infiniti. A volte non serve affatto alcun motivo ed è il solo istinto, la serendipità a farci avere nelle mani il libro giusto, nel momento della vita giusto.

Tsundoku, dal giappone all’Italia: le origini

Tanto quanto spesso accade di venire in possesso di un altro libro, altrettanto spesso capita che si tratti dell’ennesimo nuovo libro, il centesimo destinato a spodestare dalla cima della pila l’ultimo libro preso ancora non finito che ne aveva a sua volta spodestato un altro. Questo desiderio da lettori incalliti che non riescono a resistere di fronte alla possibilità di leggere ancora qualcosa di nuovo, ha un nome che come dicevamo, abbiamo ereditato un po’ dal passato e un po’ dal giappone: tsundoku.

La prima attestazione di questa parola di origini giapponesi, trapiantata da anni anche in Italia, risale alla fine del 1800. Curiosa la morfologia di questo termine che ruota attorno al verbo leggere e affonda la potenzialità nel gioco di parole. Scomponendo, tsunde (ovvero accumulare) e oku (lasciar perdere per un po’), formerebbero il significato di accumulare per poi lasciar perdere ma, come dicevamo, la potenzialità sta nel gioco di parole tra oku e doku, ove per doku (da dokusho) si traduce in giapponese il verbo leggere, da cui tsundoku e quindi accumulare libri per poi lasciarli perdere per un po’.

Lo tsundoku non è la bibliomania: quali sono le differenze

Impossibile provare a trovare il corrispettivo di tsundoku in italiano il ché lo ha fatto entrare di merito come neologismo all’interno del vocabolario. Diversa dall’arte di accumulare e dimenticare è infatti la bibliomania che è stata ufficialmente riconosciuta come un disturbo ossessivo – compulsivo nel confronto dei libri e che ha conseguenze dirette sulla persona e sulle sue relazioni sociali potenzialmente a repentaglio. Per i “compratori anonimi di libri”, vittime di un disturbo che può avere ripercussioni a livello psicologico ma anche economico, esistono dei veri e propri supporti, dei consigli per rompere l’incantesimo come passare agli eBook, un modo semplice per combattere il collezionismo fisico.

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