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Dall’era degli esperti all’era degli Sperti: il fenomeno dell’opinionismo ossessivo

Dall’esperto allo sperto: così popoliamo metafisicamente un luogo virtuale in cui tutti possiamo essere tutto all’occorrenza

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Umberto Eco scriveva su L’Espresso, nel 1980, in una lunga e riuscita critica al linguaggio usato dal settimanale stesso: “[..] si cercava sempre di etichettare l’autore con una qualifica che lo ‘espertizzasse’. Sono stato io spesso vittima [..] parlando di ingorghi automobilistici venivo introdotto con un ‘ora ve lo spiega un semiologo’“, evidenziando una tendenza allarmante all’auto-pubblicità.

Una tendenza che Eco rintracciava sulle pagine de L’Espresso, settimanale di politica ed economia ma anche di attualità e cultura che già ai tempi godeva di rispetto e stima nonché di un generoso pubblico intellettuale, colto. Quando Eco scriveva, 40 anni fa, i social non erano nemmeno all’orizzonte e Mark Zuckerberg ancora non era nato, forse non era nemmeno nei progetti dei suoi stessi genitori. Non sapeva Eco cosa sarebbe accaduto 20 anni dopo, non poteva immaginarlo che un giorno, in un futuro relativamente prossimo, le sue parole sarebbero risuonate terribilmente attuali, a scapito di una e-.

Dall’espertizzazione alla spertizzazione: un’aferesi, un fenomeno

Se negli anni ’80, in assenza di social, si parlava di fenomeno di espertizzazione citando alcune delle riviste cartacee che ancora oggi riescono a non soccombere nonostante l’avanzata e la predominanza del web journalism, 40 anni dopo stiamo assistendo ad un fenomeno negativo, un’aferesi che è sintomo manifesto della decadenza e della deriva dei tempi che corrono, la spertizzazione.

Una spertizzazione che sì, deriva nel modo in assoluto più banale, da Gianni Sperti, auspicando che troppo non se ne risenta per essere chiamato in causa in questi termini. Dagli esperti dell’epoca ai vari sperti dei tempi che corrono. Figure non mitologiche ma figure mitizzate indebitamente dal mezzo televisivo o dal più moderno mezzo social, personalità dubbie dal curriculum incerto, solitamente nebuloso. Curriculum nei quali viene meno il percorso formativo, la consecutio per cui non tanto il tempo quanto più la logica viene a mancare e il ballerino professionista finisce per ricoprire il ruolo di sociologo o terapista di coppia o psicologo o sessuologo all’occorrenza.

Se vuoi puoi, se hai un’infarinatura generale anche

Non sorprende nemmeno più oggigiorno che, nel pieno di questa spertizzazione di massa, un virologo si trovi a fare il critico televisivo, che il critico d’arte sia un esperto di politica internazionale, che un rapper sia un esperto di salute mentale, che una modella sia un’esperta di divulgazione scientifica, di rapporti con il Medio Oriente, di politiche migratorie e di gel per le unghie. Sdoganato il mito del se vuoi puoi tutto quello che vuoi, compreso essere chiunque vuoi che tu sia, desunto peraltro dalla filosofia tout-court di The OC più che da Samuel Smiles, popoliamo metafisicamente un luogo virtuale in cui tutti possiamo essere tutto all’occorrenza, al bisogno, senza carriera. Se 40 anni fa aveva a suo modo un senso studiare scienze bancarie mirando ad un posto fisso in banca, ora non è venuto meno il sogno del posto fisso né della banca, ma non è poi così fondamentale studiare finanza.

Dagli sperti di grammatica agli sperti di botanica

Anzi, può essere quasi più funzionale allontanarsi il più possibile dall’area di interesse per fregiarsi ancor più del disinteresse intellettuale, quello per il quale si studia medicina veterinaria rincorrendo il sogno di essere ballerine. Questo forse perché per anni ci hanno inculcato il mito dell’Università che ti dà il titolo, ma che mica ti fa mangiare. Che in fondo se guardo a vecchi compagni di scuola c’è quello che ha fatto giurisprudenza che è al suo terzo stage, precario tra una scatoletta di tonno e bastoncini Findus-non-findus, e quello che a 19 anni ha iniziato a fare il buttafuori e ora fa il capo dei buttafuori, con una macchina e un mutuo a tasso fisso e alla fine, come hobby, ha letto 3 libri di Caselli in 10 anni… e di magistratura ne sa.

Ne sa abbastanza da essersi spertizzato, seduto comodo sulla sua sedia non troppo al centro ma alla destra del magistrato, con un senso del dovere incauto e rumoroso, in prima linea quando qualcuno nomina “Mani pulite”, anche quando a dirlo è una mamma e ci si trova nei bagni di un autogrill. Tutti sperti di tutto, tutti sperti del gruppo. Anche io a volte divento sperta, siccome scrivo per lavoro, di grammatica ma anche di ortografia, quando scrivevo di cronaca nera c’era sempre qualcuno che mi chiedeva a che punto fossero le indagini, ora che scrivo di spettacolo qualcuno mi chiede come funziona l’esenzione per il canone Rai.

L’autodeterminazione dello sperto: esisto quindi so

Se riesci a far vivere per più di 5 mesi un geranio sei un sperto di botanica, quasi guardia forestale e quasi sperto di floricolture in vitro; se segui insieme su Instagram Chiara Ferragni, l’Estetista Cinica, Selvaggia Lucarelli e Cecilia Strada hai una cultura enciclopedica che se ti becca per sbaglio Alessandro Barbero per strada diventi tu Barbero. Cosa ancora più bella oggi, rispetto a 40 anni fa, che è decaduta del tutto la regola per la quale doveva essere un soggetto terzo o una comunità, un collettivo di persone a etichettarti come esperto.

Oggi, l’etichettatura dello sperto è prerogativa dello sperto stesso che ha il dovere e diritto di palesarsi in quanto tale nella bio di Instagram, se anche fotogenico, nella bio di Twitter se non si è belli ma ci si piace comunque. Siamo nel pieno di quest’epoca di vacuo sapere, di inno alle lacune, di libri mai letti, di Tali e Quali, imitazioni fallite di grandi pensatori.

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