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L’arbitro, quel poveraccio!

Alla scoperta del difficile ruolo di chi è obbligato a giudicare

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Arbitro di calcio

La parola arbitro in origine era attribuita a colui che andava ed assisteva a qualcosa, che la vedeva o l’ascoltava, un vero e proprio testimone; divenuto poi nel tempo la persona chiamata dalle parti a risolvere una questione. Quindi l’esistenza di un “problema da sciogliere” è insito nel momento in cui compare l’uomo col fischietto in bocca: colui che soffia i venti dell’ineluttabilità del fato, convalidando o annullando un gol, castigando con un cartellino giallo il peccatore, obbligandolo al pentimento immediato, pena il rosso dell’esilio, verso l’umido spogliatoio.

La condanna dell’essere giudice

Quest’anno, nonostante lo scudetto non sia stato vinto dalla Juventus, il campionato è terminato comunque tra veleni e scomuniche, e alla gogna è finito sempre quel poveraccio pispolante! L’uomo più fischiato su tutti i prati rettangolari; a volte si ha l’impressione che il suo lavoro consista nel farsi odiare. Un lavoraccio! È l’intruso fastidioso, il compagno di classe che mai nessuno vorrebbe a casa per far merenda in compagnia. Mai gli è concessa la grazia di giocare, nessuna ricompensa onorifica sportiva, mai la gioia di una rovesciata, un dribbling o una parata, nonostante tra i ventidue galoppi più degli altri, per novanta e più minuti, inseguendo un pallone che va e viene tra i tacchettati piedi altrui. Il “colpevole sacrificato”, pur di stare lì, nel sacro spazio colorato di verde speranza, sopporta anatemi, offese, proteste e pietrate, confezionate e infiocchettate anche in omaggio all’intera sua famiglia. La sua “innocenza” non viene provata neppure in quei rari casi in cui le sue decisioni coincidono con i desideri del tifoso: gli sconfitti perdono per colpa sua e i vincitori vincono malgrado lui!

L’arbitro, un “male necessario”

L’arbitro è il giudice più giudicato al mondo, ora anche dai suoi stessi simili, seduti dinanzi ad un monitor chiamato VAR! Quell’uomo, un tempo in giacchetta nera, quel buon padre di famiglia, ha l’onere di far rispettare il regolamento, e soprattutto la legge, quella più complicata, della lealtà e dell’etica, senza dover mai perdere il controllo incappando nel “reato” di protagonismo. I protagonisti, i duellanti sono i calciatori; lui, un deus ex machina imprescindibile per un mondo in cui la civiltà e lo sport devono essere le più alte manifestazioni di progresso e civilizzazione, modelli di crescita costante soprattutto per i giovani. Deve esser orgoglioso di questo suo compito, il problema è che a volte alcuni sono così fieri della loro incorruttibilità che dimenticano la giustizia. I tifosi dovrebbero inventarlo se lui non esistesse e dedicargli la catulliana Odi et amo. Quanto più lo odiano, tanto più hanno bisogno di lui, del poveraccio, condannato al lavoro più arduo e pericoloso, far rispettare le regole. Del resto per più di un secolo ha creduto bene, durante le sue giornate lavorative, di portare sempre il lutto, cordoglio per sé, apparentemente nascosto ora da sgargianti casacche colorate! 

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita”

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