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Cinema e Teatro

Lo strangolatore di Boston: la vera storia del film con Keira Knightley

La terrificante storia vera che emerge dalle immagini del film

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Lo strangolatore di Boston: Keira Knightley e Carrie Coon indagano sui crimini del serial killer di donne

Lo strangolatore di Boston è un film diretto da Matt Ruskin e interpretato da Keira Knightley e Carrie Coon nei panni di due giornaliste del Boston Record American, impegnate nelle investigazioni e nella testimonianza giornalistica di alcuni casi di cronaca nera alla radice dei quali pare ci sia lo stesso killer. Il film, ispirato ad una storia realmente accaduta, è disponibile sulla piattaforma Disney+ a partire dallo scorso 17 marzo.

Lo strangolatore di Boston: remake di un film del 1968

I film sul giornalismo d’inchiesta sono uno dei sottogeneri preferiti dalla cinematografia americana. In aggiunta, quando le vicende narrate si basano su fatti di cronaca realmente accaduti, ecco che si solleva e si conquista l’attenzione di tutti i fan di true crime. Lo strangolatore di Boston torna sullo schermo con un remake: la prima trasposizione cinematografica è avventura infatti nel 1968, con lo stesso titolo diretto da Richard Fleischer. Ma qual è la vera storia che si nasconde dietro ai fatti raccontati nei film?

La vera storia del serial killer, la cui arma erano pezzi di vestiario delle vittime

Tutto è iniziato il 14 giugno 1962, quando Anna Slesers, sarta 55enne, è stata trovata esanime dal figlio, stesa sul pavimento della cucina. Attorno al collo ha la cintura della vestaglia blu che indossa, legata con un bel fiocco. Purtroppo però, quel fiocco non rappresentava un regalo, ma la prova della sua morte: la donna è stata strangolata da qualcuno che si è introdotto nell’appartamento al terzo piano nel quartiere di Back Bay, a Boston.

Nei due anni successivi, fino al 4 gennaio 1964, altre 12 donne di età compresa tra i 19 e i 85 anni sono morte in circostanze molto simili. Ingannate, avvicinate da un uomo nelle loro abitazioni, violentate ed infine uccise. Nonostante lo scetticismo degli inquirenti vista la grande differenza d’età delle vittime, a convincerli che i casi fossero legati tra loro è stato un dettaglio: l’arma del delitto era sempre un pezzo di vestiario indossato dalle donne. Cinture, collant, calze, utilizzate per soffocare le vittime.

La paura delle donne di Boston: le ripercussioni mediatiche e psicologiche degli omicidi

Nel corso di quei due anni, per le strade di Boston si poteva respirare il terrore psicologico dato dagli omicidi dello strangolatore. Il caso dello strangolatore di Boston era sulle prime pagine di tutti i giornali. Le ferramenta hanno registrato un aumento sostanziale nella vendita di chiavistelli e serrature; la richiesta di cani era alle stelle, tutte le donne volevano un animale che le proteggesse.

Dopo un’aggressione, una donna ha descritto il suo malfattore. Tutti i dettagli corrispondevano ad Albert DeSalvo, un uomo già noto alla polizia per furti, aggressioni e violenze sessuali. Era lui lo strangolatore di Boston. Figlio di padre violento, DeSalvo è cresciuto commettendo piccoli crimini, per poi arruolarsi a 17 anni nell’esercito.

Non è stato tuttavia mandato in carcere: alla polizia mancava la confessione degli omicidi. Gli investigatori lo hanno accusato soltanto per violenza sessuale e furto con scasso. Per questo è stato internato al Bridgewater State Hospital, un ospedale psichiatrico per criminali, nel quale ha trovato anche la morte, accoltellato da un compagno di stanza al quale aveva confessato tutti i crimini.

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