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Caso Alessia Pifferi, la sentenza che va oltre il verdetto

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La Corte d’Assise d’appello di Milano condanna il processo mediatico e riduce la pena

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La decisione della Corte: ergastolo ridotto a 24 anni

La Corte d’Assise d’appello di Milano ha ridotto da ergastolo a 24 anni la condanna di Alessia Pifferi, riconoscendo le attenuanti generiche nel processo per la morte della figlia Diana, lasciata sola in casa per sei giorni a soli 18 mesi. Una decisione che, secondo le giudici, non si limita a rivalutare la pena, ma ristabilisce i confini tra processo penale, ruolo dei media e funzione difensiva, trasformandosi in una dura censura del cosiddetto processo mediatico.

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Alessia Pifferi

Il processo mediatico e la «lapidazione verbale»

Nelle motivazioni, la Corte parla esplicitamente di «lapidazione verbale», descrivendo come il clamore mediatico abbia inciso sulla condotta processuale dell’imputata. Secondo le giudici, il caso Pifferi è divenuto un esempio estremo di processo televisivo, in cui l’informazione ha oltrepassato i limiti del diritto di cronaca, trasformando il procedimento giudiziario in intrattenimento, con condanne pronunciate dall’opinione pubblica ben prima delle sentenze.

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Alessia Pifferi

Il risultato, per la Corte, è stato un cortocircuito: non il processo penale che deborda nei media, ma i media che penetrano nel processo, influenzando testimonianze, consulenze tecniche e persino le strategie difensive.

Media, opinione pubblica e giustizia “attesa”

I giudici sottolineano come, nel racconto pubblico, Alessia Pifferi sia stata definita con epiteti durissimi — «madre assassina», «killer spietata», «bugiarda patologica» — spesso senza fondamento giuridico o fattuale. Fake news e giudizi morali sono stati elevati a prove, alimentando una narrazione orientata verso un’unica pena ritenuta “giusta” dall’opinione pubblica: l’ergastolo.

La sentenza ricorda che le decisioni giudiziarie sono emesse «in nome del Popolo italiano, non dal Popolo italiano», ribadendo la distanza necessaria tra giustizia e sentimento popolare, soprattutto nei casi più emotivamente esposti.

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Il ruolo della difesa e le interferenze nel processo

Un passaggio centrale riguarda la delegittimazione dell’avvocato penalista, trasformato mediaticamente in complice del reato anziché garante di un diritto costituzionale. La Corte stigmatizza anche la presenza costante di opinionisti e presunti esperti nei talk show, che hanno discusso perizie non ancora valutate in aula, condizionando il clima processuale.

Secondo i giudici, il clamore mediatico ha inciso persino sugli accertamenti psichiatrici, trasformando un doveroso approfondimento diagnostico in un sospetto di favoreggiamento.

Le responsabilità familiari e la solitudine di Diana

La sentenza non risparmia critiche neppure alla famiglia di Alessia Pifferi. La morte della piccola Diana viene definita il risultato di una convergenza multifattoriale: dolo dell’imputata, ma anche omissioni e indifferenza colpose da parte di altri familiari. Madre e sorella, oggi parti civili, secondo la Corte non avrebbero avuto una presenza reale nella vita della bambina, contribuendo a una solitudine che si è rivelata fatale.

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Una sentenza che interroga il sistema

Per la Corte d’Assise d’appello di Milano, il caso Alessia Pifferi rappresenta un unicum per l’impatto distruttivo del processo mediatico sul giusto processo. La riduzione della pena non assolve l’imputata, ma riafferma un principio: la giustizia deve restare nelle aule giudiziarie, non nei salotti televisivi. Una lezione che va oltre il singolo caso e chiama in causa l’intero sistema dell’informazione e della giurisdizione.

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