TV e SPETTACOLO
Zelig 30, seconda puntata: Geppi Cucciari illumina la serata
Tra nostalgia e inciampi: il trentennale di Zelig convince solo a metà
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La seconda puntata celebrativa per i 30 anni di Zelig, in onda su Canale 5, conferma un problema ormai evidente: la nostalgia funziona solo se accompagnata da contenuti ancora vivi. Senza le guest star Geppi Cucciari ed Elio, la serata sarebbe stata poco più di un requiem televisivo. Molti monologhi ripescati dal passato, oggi, non solo non fanno più ridere, ma risultano stanchi, fuori tempo e talvolta inaccettabili. Ecco promossi e bocciati di una puntata decisamente moscia.
Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, cuore storico di Zelig

Difficile immaginare Zelig senza Claudio Bisio e Vanessa Incontrada. Da oltre vent’anni insieme sul palco, incarnano la memoria emotiva del programma. Il loro copione è noto: lei finge di perdersi l’italiano, lui la punzecchia con affetto. Eppure, funziona ancora.
A inizio puntata, Bisio sorprende Incontrada con una dedica sincera che spiazza e commuove. È uno dei pochi momenti autentici della serata. La loro sintonia resta l’unico elemento nostalgico che non stanca mai: sono “casa”, per più generazioni cresciute con Zelig. Un po’ come i Sandra e Raimondo della comicità televisiva italiana, circondati però da una cornice che oggi fatica a reggere.
Battute sulle persone trans nel 2026: un passo indietro imbarazzante
Qui la nostalgia si trasforma in Jurassic Park. Se la prima puntata lasciava qualche speranza, la seconda la frantuma. Mancano grandi nomi e, soprattutto, manca il materiale. Alcuni comici riportano in scena personaggi e tormentoni che oggi risultano incomprensibili.

Il problema però diventa grave quando si scivola nella comicità offensiva e stereotipata. Il monologo di Gigi Rock, interamente costruito su cliché sulle persone trans – descritte come passeggiatrici notturne, aggressive e caricaturali – è semplicemente irricevibile. Dieci minuti (percepiti come un’eternità) di doppi sensi volgari e battute datate che strappano solo disagio.
Non va meglio con Paolo Migone, che propone una sequela di luoghi comuni misogini sulla moglie paranoica e casalinga. Il mestiere c’è, ma i contenuti sono fermi a un’epoca che non merita di essere celebrata. Comicità che oggi non è “scorretta”: è solo vecchia.
Geppi Cucciari ed Elio: la classe che salva Zelig

Il momento più alto dell’intera puntata – e forse dell’edizione – porta un nome solo: Geppi Cucciari. Tornata sul palco che l’ha lanciata, la comica sarda regala un monologo elegante, autoironico e intelligente, rievocando gli esordi al locale Zelig di Milano con una precisione emotiva disarmante.
Racconta l’angoscia delle sedie che scricchiolano quando il pubblico non ride, i primi personaggi, la fatica della solitudine in scena. Con Elio, firma poi una perla musicale: la versione ribaltata di “Cara, ti amo”, che diventa “Caro, ti amo”. Satira chirurgica sui falsi miti maschili e sulle contraddizioni degli “uomini-bambini”.
Lucida, feroce, necessaria. Cucciari dimostra cosa significa fare comicità nel presente, senza rinnegare il passato. Applausi veri.
Checco Zalone, il grande assente che domina la scena

Seconda puntata, secondo omaggio a Checco Zalone, ancora assente. La sensazione è che Zelig stia giocando una partita sottile: tra celebrazione ironica e frecciatina malcelata. Bisio e Incontrada rilanciano un filmato del 2006, sottolineando come Zalone oggi, forte dei record al box office, sembri aver dimenticato il programma che lo ha lanciato.
È una dinamica curiosa, quasi una “lotta” simbolica tra il passato e il presente della comicità italiana. Sincere congratulazioni o strategia per una sorpresa finale? In ogni caso, il siparietto funziona e incuriosisce. Un po’ come un gigantesco “caffeuccio” televisivo: nostalgico, ironico, irresistibilmente trash.
Zelig 30 tra celebrazione e occasione mancata
La seconda puntata del trentennale di Zelig dimostra che celebrare il passato è un’operazione delicata. Quando funziona, come con Geppi Cucciari o con la coppia Bisio–Incontrada, emoziona. Quando invece si limita a riesumare vecchi stereotipi, diventa un boomerang.
La domanda resta aperta: Zelig vuole essere un museo o un programma vivo? La risposta, per ora, è sospesa tra applausi convinti e silenzi imbarazzati.