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Bisogna sempre credere ai poeti?

“Il poeta ci tende la mano per condurci oltre l’ultimo orizzonte, oltre la cima della montagna, in quella terra che si estende oltre il vero e il falso, la vita e la morte, più in là dello spazio e del tempo, della ragione e della fantasia, al di là dello spirito e della materia”

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Omero statua in Virginia

Il dono che ci fa la poesia è la possibilità di credere anche ciò che non è, senza danni collaterali. Intendiamoci, qui non è il caso di ridar voce a una vecchia sentenza che i poeti dicono fandonie, psèude lèghein. Questa fu la condanna di Platone, ripetuta dai critici posteriori i quali, a giustificare moralisticamente la poesia, trovarono e inventarono di queste bugie le allegorie, i sottintesi, e così via. Non si tratta di questo. Noi anzi oggi tanta fede riversiamo nei poeti e nella poesia che, dove tutto il resto ci sembra dubbio e controverso, proprio nelle menzogne o invenzioni o fantasie del poetare vediamo splendere ogni volta le verità più alte. Si tratta di altra questione, cioè se si deve credere ai poeti in ciò che dicono essi stessi delle loro poesie, sia in genere sul valore di questa o di quella composizione, sia in particolare sul significato e sull’interpretazione di questa o di quella espressione.

Perché non dobbiamo sempre credere ai poeti?

Lasciamo stare il primo punto. È molto comune e comprensibile che un poeta, delle sue composizioni, ami e preferisca quella per esempio che gli è costata più fatica, o quella che è più legata a suoi personali affetti e ricordi e a sue private ambizioni, o quella dove abbia gettato un suo più sudato pensare. Si sa che il Petrarca assai più stima faceva del suo magno poema epico Africa sulla seconda guerra punica, composto in esametri latini dedicato al re di Napoli Roberto d’Angiò, che non delle sue povere nugae in volgare alle quali deve l’immortalità. Tanto più che è difficile persuadersi e persuadere che se di certa sua espressione un poeta dichiara avere inteso così e così, noi lettori il più delle volte non gli si debba credere affatto: che è proprio quello che il più delle volte si deve fare.

La lezione Omerica: l’Ulisse più astuto

Soffermiamoci sul secondo punto, e per farlo rileggeremo qualche pagina dell’Odissea: poema che rispetto all’Iliade ha forse minore forza epica, ma più fascino, più discrezione, più mezze tinte, una psicologia più sfumata che quasi rifiuta la dimensione eroica, in favore di una corda più lirica, più sentimentale. Nel VI libro Ulisse è davanti a Nausicaa. Così canta Omero ai versi 205-212, nella traduzione qui di Ippolito Pindemonte:

O le ginocchia strignere a Nausíca, / Di supplicante in atto, o di lontano / Pregarla molto con blande parole, / Che la città mostrargli, e d’una vesta / Rifornirlo, volesse. A ciò s’attenne: / Chè dello strigner de’ ginocchi sdegno / Temea, che in lei si risvegliasse. Accenti / Dunque le inviò blandi, e accorti a un tempo”.

Tutti sanno che nei poemi omerici Ulisse è il furbo per eccellenza, l’astuto di tutte le arti e mezzi e l’Odissea è il poema della sua scaltrezza. Anche qui, dinanzi a Nausicaa, naufrago sull’isola di Scheria, dopo tanti inganni e stratagemmi, è naturale che Ulisse non smentisca quindi la propria natura. Il proposito del poeta è esplicito: accorta fu, cioè intenta all’utile suo, la sua parola.

Ebbene, non c’è di Ulisse in tutta l’Odissea un discorso meno astuto di questo. Qui, di tutte le sue astuzie, il re di Itaca è completamente disarmato. Non ha altro in cuore che gentilezza, tenerezza e malinconia, basta rileggere i versi 232-245, sempre tradotti dal poeta veronese:

Tal quello era bensì, che un giorno in Delo, / Presso l’ara d’Apollo, ergersi io vidi / Nuovo rampollo di mirabil palma: / Chè a Delo ancora io mi condussi, e molta / Mi seguia gente armata in quel viaggio, / Che in danno riuscir doveami al fine. / E com’io, fissi nella palma gli occhi, / Colmo restai di meraviglia, quando / Di terra mai non surse arbor sì bello, / Così te, donna, stupefatto ammiro, / E le ginocchia tue, benchè m’opprima / Dolore immenso, io pur toccar non oso“.

Quand’anche il poeta è vittima della sua stessa poesia

Qui, l’uom di multiforme ingegno, l’eroe naufrago, nudo, indifeso, parla come se di Nausicaa conoscesse il suo animo virtuoso. Le sue parole, i suoi modi, i suoi accenti, per necessità non del racconto ma della Poesia e per inconsapevole volontà del poeta, sono unicamente volti, misurati e intonati alla musica che suona nel cuore di Nausicaa. Astuzia e accortezza sono portate via dalla nuova brezza, dalla gran luce del sole e del mare. Ulisse è dentro quest’atmosfera, trasfigurato e come sollevato dalla leggerezza della nuovissima metamorfosi. Allora dobbiamo pensare che qui Omero nel suo poetare sia stato bugiardo e ingannevole nei confronti del lettore? Ci ha fatto credere che Ulisse parlava per chi sa quali marchingegni, e invece…? Nulla di tutto questo. Il poeta qui è ancora più credibile e vero, come del resto tutta la Poesia d’ogni epoca, in quanto è lui stesso dolce sua vittima, sublimando la sua poesia-verità, cedendo non più alla trama e al personaggio, bensì all’uomo Ulisse e alla sua anima scevra d’ogni astuzia! Il poeta stesso è stato conquistato dalla poesia, dal suo potere invisibile e invincibile, e il suo animo si è imposto incondizionatamente alla mente, come l’alba alzandosi spinge via il buio della notte, dando luce al nuovo giorno.

Il poeta ci tende la mano per condurci oltre l’ultimo orizzonte, oltre la cima della montagna, in quella terra che si estende oltre il vero e il falso, la vita e la morte, più in là dello spazio e del tempo, della ragione e della fantasia, al di là dello spirito e della materia. Credere ad un poeta è vivere un istante infinito in più rispetto al tempo che ci è dato di esistere.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita