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Chi “tocca” le opere d’arte può finire in Tribunale

Le opere d’arte non si toccano, se proprio volete un contatto diretto, sfioratele con l’anima

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Lina Wertmuller

Le opere d’arte, se definite tali, hanno il diritto di rimanere così come sono nate non per intrinseca e naturale albagia, ma perché semplicemente perfette così come create dall’autore. Pensereste mai di modificare il tempo musicale dell’Intermezzo sinfonico della Cavalleria Rusticana di Mascagni con una marcetta? O di aggiungere qualche frutto alla tavola del Bacchino malato del Caravaggio? Eppure oggi (e anche ieri, come vedremo innanzi) attori, registi, musicisti per delirio di onnipotenza o per apparire come “coautori” dei geni (o semplicemente per far scrivere fiumi d’inchiostro, nel bene o nel male, sul loro operato) intaccano la perfezione dell’arte la cui anima, violentata da cotanta baldanzosa superbia, piange, cercando ossigeno fuori da quel palcoscenico divenuto irrespirabile. 

La trasgressione d’autore di Luchino Visconti e Lina Wertmüller

Luchino Visconti, uno dei geni del realismo poetico del cinema mondiale e Lina Wertmüller, la cineasta ribelle e visionaria, caddero nella trappola. Il primo manipolando, negli anni Cinquanta, Carlo Goldoni; la seconda negli anni Ottanta, infliggendo un colpo mortale a Georges Bizet. Mirandolina, la famosissima locandiera, era maestra nel creare dissapori tra gli uomini a causa sua. Ricordate le smanie di Fabrizio, i furori del cavaliere di Ripafratta, il duello che si accende, ad un certo punto, tra questi ed il conte di Albafiorita? Le angustie del buon marchese di Forlimpopoli? E soprattutto, la sapiente regia nel tirare le fila della vicenda che tutta quanta, integralmente, dipende da lei e dai suoi capricci? Orbene, Mirandolina creò, suo malgrado, nuove agitazioni, discussioni e querele. Non più, certamente, per amore verso di lei, ma per qualcosa di simile: per amore, verso Goldoni, il suo papà letterario.

Il nuovo teatro di Goldoni e Carmen, l’opéra-comique

Avvenne nel 1953 in una edizione viscontiana nella quale gli spettatori furono sorpresi di non ritrovare il clima, l’atmosfera tradizionale della commedia, delle tante precedenti interpretazioni, buone o cattive che furono. Pur lasciando formalmente quasi immutato il testo dei dialoghi, il regista milanese accentuò fortemente i toni caricaturali, talvolta grotteschi, giungendo, in definitiva, ad offrire al pubblico un quadro scenico che nulla aveva con la serena e divertita accettazione del mondo settecentesco rappresentato dal Goldoni, ma che era, indubbiamente, di critica di quel mondo lontano, di quel mondo anteriore, per intenderci, alla Rivoluzione  francese. Una critica che risultò evidente attraverso il compiaciuto ricalco di molti lati frivoli e ghirigorati del settecentismo. 

Nel dicembre del 1986, al teatro San Carlo di Napoli, debuttò la Wertmüller alla regia di un’opera lirica. “Via da Napoli! Napoli merita altro! Vai a dirigere Giannini“, queste alcune urla dai loggioni. Un vistoso insuccesso per una Carmen che al IV atto, appena spirata, avvinta in abbraccio mortale col suo omicida, era poggiata sui sedili di una vettura del 1910; anzi dalle braccia di Don Josè, scivolata fino a terra e morta dopo un tentativo di stupro da parte del brigadiere dei dragoni! Forse un po’ troppo per il finale della novella di Prosper Mérimée? 

Quand’anche l’arte è vexata quaestio

E qui sorge la questione giuridica, se non proprio ed ancora giudiziaria. Vi è chi, di fronte a queste sconcertanti interpretazioni – ed oggi abbondano purtroppo – grida allo scandalo, affermando che i registi avrebbero deliberatamente tradito le intenzioni degli autori dando così di piglio alla legge sui diritti di autore (la legge 22 aprile 1941 n. 633), e sostenendo che, se esistessero ancora discendenti di Carlo Goldoni e di Georges Bizet, essi avrebbero pienamente diritto, in base all’articolo 20 della legge, ad opporsi alla deformazione dell’opera. Altri “reazionari”, preoccupati dell’eventualità che non vi siano più al mondo loro discendenti e parenti, invocano un altro articolo della legge da cui risulta che, in mancanza di tali persone, l’azione, qualora finalità pubbliche lo esigano, può essere esercitata dalla Presidenza del Consiglio, ufficio del dipartimento per l’informazione e l’editoria.

Come si vede, la questione è seria, almeno nelle intenzioni di coloro che l’avrebbero sollevata. Vorrei limitarmi a rileggere l’articolo su cui fanno leva i postumi difensori delle due parti lese. È un articolo che recita così: 

Indipendentemente dai diritti esclusivi di utilizzazione economica dell’opera, ed anche dopo la cessione dei diritti stessi, l’autore conserva il diritto di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione dell’opera, che possa essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione.

Il che significa che non basta ravvisare, nella rappresentazione scenica della Locandiera e della Carmen (e purtroppo ultimamente di tantissime altre!), deformazioni, mutilazioni ed altre modificazioni; occorre che tutto ciò possa essere di pregiudizio all’onore od alla reputazione dell’autore. E qui interviene il buonsenso a dirci se l’onore o la reputazione di Goldoni e Bizet possano ritenersi lesi per l’edizione “innovatrice” della Locandiera viscontiana, o per la Carmen discinta in automobile. 

Goldoni, come tutti sanno, studiava per diventare avvocato, ma ad un certo momento gettò via la toga e le Pandette e si imbarcò nella gaia avventura di tutta la sua vita: il teatro. Questo notissimo episodio potrebbe esserci di insegnamento, se non di avvertimento. Quando andiamo a teatro per assistere alla rappresentazione di un’opera, lasciamo in guardaroba i codici e le leggi, e godiamoci serenamente lo spettacolo, o magari critichiamolo con asprezza, ma sotto l’unico profilo che merita: il profilo dell’arte. Ai grandi registi citati va senza alcun ombra di dubbio il mio “perdono”, in quanto anch’essi artisti sublimi. Ahimè invece ai prossimi sedicenti artisti “innovatori” dico questo: non toccate… non sfiorate le opere d’arte! Le opere d’arte non si toccano, se proprio volete un contatto diretto, sfioratele con l’anima.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita

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