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Clickbait, la recensione: bello il titolo, peccato per la serie tv

Nei suoi 8 episodi scopriremo i segreti dietro la famiglia e il rapimento di Nick Brewer

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Nick Brewer, protagonista della serie TV Clickbait
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Clickbait è il titolo della miniserie thriller arrivata su Netflix il 23 agosto. Gli 8 episodi che la compongono, della durata di circa 50 minuti ciascuno, raccontano più volte la stessa storia ruotando di volta in volta il punto di vista narrativo. Insomma, circa come Game of Thrones, ma fatto peggio.

I temi trattati vorrebbero raccontare quale rapporto malato abbiamo ormai instaurato con le nuove tecnologie e come queste si siano tramutate in strumenti capaci di dar vita alle perversioni più recondite e ai desideri più truci e oscuri dell’essere umano contemporaneo. Messa così verrebbe da pensare ad un confronto con Black Mirror, ma non fatelo. Non c’è un grammo dello spessore della serie di Charlie Brooker (o quantomeno delle prime tre stagioni). Ma prima di lasciarci andare ai giudizi, scopriamo di cosa si parla in Clickbait.

Clickbait: trama, personaggi e cosa aspettarsi per non rimanere delusi. Cosa che forse accadrà lo stesso.

La trama della serie Clickbait ruota attorno al rapimento di Nick Brewer, amato padre di famiglia e stimato professionista della comunità in cui vive. Una persona ben voluta da molti, ma certo non da tutti. Nel primo episodio Nick appare tumefatto in volto, ripreso in video mentre si trova in una stanza buia e irriconoscibile, in mano ha un cartello con su scritto “Io abuso le donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò“. Tutta la famiglia di Nick cerca disperatamente di scoprire dove possa trovarsi, svelando episodio dopo episodio segreti familiari e un’intricatissima rete di fatti che hanno condotto a… beh, che hanno condotto a qualcosa che viene rivelato già nel secondo episodio.

Da questo momento in poi sua moglie Sophie, i figli Kai e Ethan, nonché la sorella Pia vedono la loro vita rivoltarsi come un calzino, venendo gettata in pasto ai social network e alla Tv, in un mondo pronto a cannibalizzare anche il dolore pur di ottenere qualche attimo di intrattenimento e combattere la noia quotidiana.

Più clickbait che serie TV

Purtroppo la serie soffre di qualcosa che lega tutta la storia e ogni episodio, e non si tratta di una fotografia spettacolare o una colonna sonora da ricordare (Bob Dylan a parte). C’è una banalità di fondo che fa da sostrato a tutti i momenti della storia: molti personaggi sono cliché, costruiti forzatamente in modo da voler raccontare l’eterogeneità dello spaccato sociale in cui viviamo, ma in maniera così abbozzata e superficiale da ridurre i personaggi stessi a mere macchiette di ciò che dovrebbero essere, senza mai il dovuto approfondimento che meriterebbero.

Ed è qua che Clickbait ha la colpa maggiore, rimane un tremendo vorrei ma non posso. Per esempio, il personaggio di Pia che vorrebbe raccontare il disagio verso la società, nei fatti poi non trova riscontro. Dovrebbe essere lei la protagonista a sorreggere tutta la storia, invece la si vede soltanto entrare e uscire dagli uffici della polizia come se stesse andando a comprare lo zucchero sotto casa.

Tutte le indagini che conducono al momento finale e al relativo colpo di scena, sono posti sapientemente nelle parti conclusive di ogni episodio, in modo da incuriosire lo spettatore e risvegliarlo dal torpore. Una mossa che si rivela quantomeno coerente con lo spirito e il narrato di Clickbait. Una scelta che incuriosisce e sprona a far cliccare sul tasto “prossimo episodio, ben consci di trovarci davanti ad altri 50 minuti di altisonanti premesse che verranno ben presto debunkate dal procedere della storia.

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