Attualità
Crisi Ikea, utili in calo del 26%: il colosso europeo sotto pressione
Temu, Shein e Amazon cambiano le regole del mercato dell’arredamento globale
Il modello che per decenni ha reso Ikea un punto di riferimento mondiale nel design accessibile oggi è messo seriamente alla prova. Nell’ultimo esercizio l’utile di Inter Ikea, la società che controlla il marchio e la catena di fornitura globale, è crollato del 26%, segnando una delle fasi più delicate negli oltre ottant’anni di storia del gruppo svedese.
Concorrenza digitale e prezzi aggressivi: cosa sta succedendo

A pesare sui conti di Ikea non sono soltanto l’aumento dei costi delle materie prime – in particolare del legname – e il rallentamento dei mercati immobiliari. Il vero fattore di rottura è la concorrenza sempre più aggressiva dei giganti dell’e-commerce e dei marketplace cinesi come Amazon, Temu e Shein, che stanno ridisegnando le abitudini di acquisto anche nel settore dell’arredamento.
Velocità di consegna, assortimenti sterminati e prezzi ultra-competitivi hanno alzato le aspettative dei consumatori. Sempre più clienti sono disposti a cambiare insegna pur di risparmiare, riducendo la fedeltà storica verso marchi consolidati come Ikea.
Il cambio di strategia: nuova leadership e nuovi formati
Per reagire alla crisi, Ikea ha avviato quella che i vertici definiscono la terza grande trasformazione della sua storia. Per la prima volta, la guida del gruppo non è più svedese:
- Juvencio Maeztu è diventato CEO di Ingka Group, che gestisce la maggior parte dei negozi;
- Jakub Jankowski ha assunto la guida di Inter Ikea.
La nuova strategia punta su maggiore flessibilità: meno dipendenza dai grandi store periferici e più negozi di dimensioni ridotte, vicini ai centri urbani. Un esempio è il formato Lada, pensato per città medie. Parallelamente, i grandi punti vendita vengono riconvertiti in strutture ibride, showroom e hub logistici insieme, sempre più integrati con l’online, che oggi vale circa il 28% delle vendite.
Cina, legno e sostenibilità: le sfide aperte
Le difficoltà sono particolarmente evidenti in Cina, dove Ikea ha annunciato la chiusura di sette grandi store in metropoli come Shanghai e Guangzhou, privilegiando punti vendita più piccoli e una maggiore integrazione con le piattaforme digitali locali. La crisi immobiliare e la concorrenza dei brand online a basso costo hanno ridimensionato il peso di un mercato che resta comunque strategico.
Altro nodo cruciale è l’approvvigionamento del legno. Le sanzioni contro Russia e Bielorussia hanno spinto Ikea a rafforzare gli investimenti forestali nell’Europa centro-orientale, scelta che ha sollevato anche critiche ambientali. Il gruppo ribadisce però l’impegno su sostenibilità, riuso e modelli circolari.
Un gigante sotto pressione, ma non fuori gioco
Nonostante il momento complesso, Ikea resta un colosso globale con 808 negozi, oltre 220.000 dipendenti e ricavi per 44,6 miliardi di euro. La particolare struttura proprietaria basata su fondazioni, voluta dal fondatore Ingvar Kamprad, consente di reinvestire gli utili senza la pressione dei dividendi trimestrali.
Un vantaggio importante, ma non una garanzia automatica: in un mercato dove prezzo e velocità contano più che mai, anche Ikea è chiamata a reinventarsi per restare competitiva.