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Gli sbandati, chi è sopravvissuto ora è sopraffatto dal dovere

Il Covid ha cagionato nell’uomo contemporaneo, un qualcosa che va oltre il tangibile: un malessere dello spirito. 

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Natale triste in pandemia

È vero, anticipare preparativi per le festività, o approfittare per fare qualcosa in più del normale, rischiando anche di esagerare, fino ad un paio d’anni fa era ormai “semplice consuetudine”. Tale costume, in nome soprattutto del consumismo, aveva fatto perdere valori a tradizioni millenarie. Una su tutte, l’inizio degli allestimenti natalizi, che un tempo cominciavano con la festa dell’Immacolata, principiano invece attualmente quando fanno capolino ancora le zucche di Halloween. Tutto sommato, come ci si abitua a sentir le campane, eravamo ben allenati, seppur controvoglia, anche alla visita dei re Magi nel giorno dei Defunti.

Il malessere dello spirito: il Covid, le lucine intermittenti, memento mori

lucine di natale

Oggi ho l’impressione, e l’ho avuta guardando gli occhi stancamente sfuggenti della gente e respirando l’anima della mia città, che quell’abitudine – sana o malsana lascio a voi giudicare – non sia più dettata dalla smania gioiosa e frenetica di vivere, bensì dalla paura di morire, tutti sbandati dall’onda animalesca dell’epidemia. Sbandati sì, proprio come una nave, quando per la forza incontrollabile del vento, va a piegarsi sopra un lato con il timoroso rischio di affondare, e lanciare quel lacerante grido forzatamente egoista del “si salvi chi può“. Ogni epidemia ha cambiato il corso della storia: accompagnando o provocando guerre, migrazioni, crolli di imperi, sistemi economici, poteri religiosi, persecuzioni ideologiche. Il Covid ha cagionato nell’uomo contemporaneo, un qualcosa che va oltre il tangibile: un malessere dello spirito

Diversamente Zarathustra sul filo di Heiddeger

Altro che distanziamento sociale, fosse solo quello! Vi è un vero e proprio distacco dall’Io, da ciò che eravamo. Si vive avidamente non pensando positivamente come farfalle che battono le ali per un giorno immaginando sia l’eternità, ma sopportando l’incubo che quello sia il primo e l’ultimo giorno di vita, e di certo non perché tutti siano all’improvviso diventati seguaci di Nietzsche. In quell’unico giorno, che è oggi, che è stato ieri e che forse sarà domani, bisogna far tutto, probabilmente senza neanche godere di quello che si fa, ma semplicemente per aggiungere ad un carrello immaginario senza rotelle, quanta più roba possibile. In quegli “sguardi sbandati” ho rivisto in parte quello dell’Uomo pirandelliano dal fiore in bocca, con la differenza sostanziale che questi di oggi hanno il colore verde pallido di una speranza avvolta da una paurosa scura incertezza; quello aveva invece la certezza della morte e di come essa fosse predominante riuscendo a modificare anche la visione personale del mondo e di chi ci circonda.

Da qui la drammaticità che vive l’uomo quando è costretto a pensare alla morte.

Osiamo diventare ciò che eravamo

Si relativizza la realtà. La quotidianità inizialmente risulta banale ma quando quel terrificante pensiero inizia a prevalere, ogni singola cosa diventa fondamentale e quindi bisogna viverla appieno, riuscendoci spesso male. Imperversa l’incomprensione tra gli uomini dettata da un egoismo sempre più sfacciato. Ogni “sbandato”, in questa vita che stiamo sopravvivendo, crea una propria dimensione e un proprio modo di pensare che però non possono essere esprimibili, né comprensibili a chi gli sta accanto. L’incertezza, causata da una informazione destabilizzante e in alcuni tratti carezzante la malafede, fa da padrona alla vita. Ma cos’è la vita? Prima della falce virale avrei risposto… è un delirio luminoso da condividere con chi si ama, un’illusione, una chimera, un’ombra, il massimo bene, un nulla, perché come diceva Pedro Calderón de la Barca tutta la vita è sogno, e i sogni, sogni sono. Ma dove c’è la forza e il desiderio di creare, dove si continua a sognare, a piantare un albero, a partorire bambini, là c’è ancora la vita e una breccia nell’oscurità di questo tempo viene sfondata. Nessuna pandemia nella storia è stata più forte dell’uomo. Affidiamoci alla Medicina, quella vera (esiste!); alla serietà dell’Informazione, quella vera (esisterà mai?); al Signore. Non deponiamo le armi dell’amore invincibile verso l’umanità, osiamo di diventare ciò che eravamo, affinché ritorni quel dolce oblio complice delle giornate passate, trascorse senza che nessuno le appellava “prime o ultime”. 

Era semplicemente la mia, la nostra vita.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita

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