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TV e SPETTACOLO

Il canone, la televisione pubblica e le “aspettative”

L’editoriale di Roberto De Frede

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Studi Rai

Canone, termine greco che significava bastone di cannaregolo per far star dritti, venne presto ad acquistare anche il valore di dogma, di regola e di norma. Una parola che nella sua storia si mostra proteiforme come i più complessi fuochi d’artificio, ma la sua esplosione completa avviene quando sposa la parola Rai, immettendosi nei fiumi vorticosi delle leggi.

Canone Rai: anatomia di un equivoco

Regolarmente, ogni anno, l’italiano versa al servizio pubblico radiotelevisivo un obolo, con la speranza di ricevere quanto di meglio il mercato dell’etere gli possa offrire. Il Canone Rai, in realtà, non è né un canone, né una sovvenzione. Questo nome – colpevolmente attribuitogli dalla stessa pubblica amministrazione – nasconde in verità un’imposta sul possesso della televisione, così come lo è l’Imu per gli immobili. L’errore di fondo è stato chiamare da sempre questo balzello con un appellativo di certo più intuibile e memorizzabile, ma assolutamente fuorviante rispetto a quello che è il cosiddetto “presupposto d’imposta”. L’aspettativa di fruire dell’optimum televisivo non è sempre esaudita, forse perché a pensarci bene, è “priva” di fondamento giuridico.

Il canone Rai è una tassa o un’imposta?

La Corte Costituzionale ci chiarisce che benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio, l’odiosamato canone ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria, fondata sulla legge. E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta. Ordunque, considerandolo imposta, al versamento non deve corrispondere alcuna prestazione specifica svolta, come quando si va a pagare il bollo auto. Inoltre, ragionando, l’attesa ansiosa di guardare spettacoli mai visti e unici si riduce ancor di più se lo considerassimo una tassa; in quest’ultimo caso, la somma di denaro – a dir la verità esigua rispetto agli altri stati europei – versata dai cittadini dovrebbe essere proporzionale al godimento di determinati servizi: e con venticinque centesimi al giorno, che speranza avremmo di guardare manifestazioni e rappresentazioni ai confini del meraviglioso? “Accontentiamoci” di quello che ci “trasmette il convento”, avendo la possibilità delle onnipresenti pay-tv. A proposito, pay vuol dire PAGARE.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita”

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