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In Cina il primo “magistrato robot”, ma la coscienza e l’etica non possono e non devono essere robotizzate

L’EDITORIALE – Non ancora nella facoltà di condannare, ma è solo “per il momento”

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robot magistrato

L’oppio era conosciuto e coltivato in Cina già in epoca Tang come uno dei tanti medicinali erboristici utilizzati per combattere disturbi e dolori vari. Fumarlo divenne un’abitudine per milioni di cinesi, durata pare sino ai tempi di Mao, tanto da far esclamare a politici di tutto il mondo di stare attenti al risveglio dal lungo sonno del popolo cinese. Due anni fa stava arrivando dalla Cina la pandemia che ha sconvolto la nostra vita. Oggi è in arrivo dalla Muraglia un altro “virus” che potrebbe cancellare tre millenni di costruzione culturale, capace di abbattere la modalità umana di giudicare gli umani. 

Notizie dalla Cina: realizzato un “magistrato robot”

La notizia, che ha sconvolto molti addetti ai lavori, è quella che in Cina è stato realizzato un magistrato robot. Viene messo in cantina il pubblico ministero in carne e ossa, fatto di ragione e coscienza, sostituito da una macchina. Non vedremo più l’avvocato che si alza in aula e si pone davanti al teste appena escusso dal pubblico ministero per demolire l’efficacia probatoria delle sue dichiarazioni. Come un jukebox Wurlitzer, invece di introdurre la monetina per ascoltare il disco, si inseriranno freddi dati nella pancia del Mazinga togato, in attesa di una espressione giuridica inanimata. Sembrerebbe fantascienza, invece è realtà: è stato realizzato il software in grado di agire proprio come un magistrato umano.

PM metallurgico ferito nell’onore

La macchina in questione sarebbe in grado di svolgere compiti come quello della valutazione delle prove. Tuttavia, non gli è ancora concesso il potere decisionale sulla condanna: il compito sembra essere troppo difficile. Ma sicuramente non impossibile, visto che dalla Cina arriva di tutto di più, ricordando a tutti che qualcosa si può pure bloccare alla dogana! Per ora la scelta robotizzante è ricaduta solamente sul magistrato d’accusa, chiamato a valutare quali processi portare a giudizio e quali archiviare; ma c’è da scommettere che, tra qualche tempo, anche il giudice umano – forse troppo umano come diceva Nietzsche – sarà un oggetto d’antiquariato in antimonio da tenere in bella mostra su un’étagère parigino del diciottesimo secolo. Quanto al terzo protagonista del processo, cioè l’avvocato, la questione non si pone. Lui e la naftalina vanno d’accordo già da un bel po’. L’intollerante Napoleone Bonaparte avrebbe voluto tagliare la lingua agli avvocati già il 18 brumaio (9 novembre 1799), giorno del suo colpo di stato e dell’inizio del Consolato; a Cicerone nel 43 a.C. tagliarono la testa; in molti paesi del terzo mondo vengono perseguitati dai sistemi dittatoriali, mentre invece in Italia dai clienti e dalle sentenze senza né capo e né coda vergate da giudici in gran parte ahimè già troppo robotizzati.

C’è davvero la necessità di affidare la giustizia all’intelligenza artificiale?

La scelta di affidare la giustizia all’intelligenza artificiale impone una domanda radicale: perché l’uomo, dotato di ragione e coscienza, dovrebbe essere sostituito da un insieme di microcircuiti in silicio? Per di più questi chip sono solamente in grado di simulare – malamente, a mio parere – la ragione e la coscienza umana, rispondendo a freddi inanimati algoritmi. Chi è a favore di questa realizzazione di perfezione fantascientifica è anche a conoscenza che i dati al robot li deve formulare e inserire l’uomo? E allora, così facendo non si eliminano né si riducono gli errori, ma sono soltanto trasformati o trasferiti. Rifletto su quali effetti positivi potrebbe avere l’avvento di un giudice robot sul funzionamento della giustizia. Sarebbe certamente utile per assicurare ad essa maggior celerità ed efficienza, nonché per evitare una eccessiva disomogeneità di giudizi, ma nel contempo ci sarebbero conseguenze estremamente negative. Da un lato, perché il peso dei precedenti giurisprudenziali finirebbe per condizionare i successivi giudizi aventi ad oggetto le medesime questioni fattuali o giuridiche; dall’altro, perché verrebbe sminuita la valenza persuasiva delle tecniche argomentative tradizionalmente volte anche a suscitare una sana e umana empatia nel giudice. L’idea che l’esito di un processo penale (ma anche civile) possa, sia pure in parte, dipendere da una “macchina” è senza dubbio inquietante.

Una quaestio etica sì, ma anche e soprattutto di fiducia

Forse l’uomo da un bel po’ ha smesso di fidarsi dei suoi simili, cominciando a preferire dadi, bulloni, circuiti elettronici e la “stupida” intelligenza del computer, creando non solo un problema di natura etico-sociale, ma anche di natura etico-antropologica: immaginate la sensazione di inquietudine provocata da oggetti dalle sembianze umanoidi in un’aula di tribunale, che interagiscono con cancellieri, interrogano testimoni, e discutono con i legali? Alcuni ironicamente e superficialmente risponderebbero che sarebbe molto meglio per vari motivi, anche estetici; ma questo argomento ha bisogno di assoluta serietà. La constatazione, a detta di giuristi e scienziati, che il procedimento decisionale sia per certi aspetti assimilabile ad un sistema dinamico complesso – come il fenomeno della “turbolenza” che la fisica moderna ritiene assoggettato alle cd. “leggi del caos” – rafforza quindi il convincimento che la difesa nel processo penale, per essere davvero persuasiva, oltre a fondarsi su argomentazioni logicamente ineccepibili, debba, in taluni casi, essere altresì capace di far vibrare le corde del sentimento, e dei valori assoluti di etica e morale. Lo teorizzava a suo tempo Cicerone allorché, forte della propria esperienza di avvocato, nel De Oratore, scriveva che l’arte del dire si fonda su tre forme di persuasione:

Dimostrare la veridicità della propria tesi, conciliarsi la simpatia degli ascoltatori e suscitare nei loro animi quei sentimenti che sono richiesti dalla causa

CICERONE

Il che troverà più tardi conferma nel celebre passo dei Pensées del matematico e filosofo francese Blaise Pascal, nel quale sosteneva che noi non possiamo conoscere la verità soltanto con la ragione, ma anche con il cuore, poiché «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». 

Come si sarebbe comportato un giudicante robot di fronte ad Antigone? 

Se i magistrati robot fossero sempre esistiti

L’eroina, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Non posso non riportare i versi nel momento in cui la ragazza risponde al sovrano sui motivi che l’avevano spinta a violare l’editto: “Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero”. Il re ricorda alla ragazza il tradimento di Polinice verso la città: “Ma il nemico non è mai caro, neppure quando sia morto”. È a questo punto che Antigone pronuncia una frase che rimarrà scolpita nel cuore di tutti i lettori per secoli, una frase commovente e nello stesso tempo straziante: “Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”. E nonostante i giudicanti di Antigone non fossero robot, viene freddamente condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è suicidata, impiccandosi. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice, lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza. 

Un robot, applicando il codice alla mano avrebbe agito forse peggio di Creonte, condannandola direttamente a morte. E allora? Il bisogno di doppiare l’errore, commettendone forse uno più grosso, è proprio necessario? Un robot avrebbe almeno ascoltato le parole così profonde di Antigone? Sfido chiunque a rispondermi con un sì affermativo. Dunque, invece di importare nelle istituzioni e nella vita quotidiana solo brutture da mondi lontani che non ci appartengono, pensiamo a derobotizzare e rianimare la nostra cultura classica, giuridica e sociale. 

“Forse l’etica è una scienza scomparsa dal mondo intero. Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta”, scrisse Jorge Luis Borges.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita