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J’accuse! Razzista, ovvero il pauroso assassino della civiltà

L’editoriale di Roberto De Frede

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Protesta manifestazione uguaglianza

Comincio pensieroso e incredulo a scrivere questo editoriale, con una domanda che mi lambicca il cervello: «Ma come è possibile, ancora oggi, come è possibile?».

Grazie a studiosi italiani di linguistica e filologia, da decenni la parola razza, marchiata a fuoco dalla peggiore ignominia della storia del Novecento, può e deve essere intesa alla luce del suo significato originario e dovrebbe essere usata solo per definire un’identità non umana. Deriva infatti dal francese antico haraz, indicando un allevamento di cavalli, una mandria, un branco. Nel mondo, ancor oggi purtroppo, c’è ancora bisogno di diffondere, anche sul piano strettamente linguistico, la consapevolezza di quell’aberrazione.

Razzismo, il reato che non esiste

Il 2 giugno, Festa della Repubblica, a Chioggia il dottor Nelson Yontu, di origini camerunensi, medico dell’INPS, si è recato a casa di un uomo per verificarne le condizioni di salute. Il lavoratore non c’era, ma dopo un po’ si è presentato in ciabatte e canottiera da mare in ottimo stato fisico, aggredendo con percosse e mortificanti insulti razzisti il malcapitato “erede” di Ippocrate. Questo, in breve, il vergognoso fatto: l’ennesimo attentato alla Civiltà, alla Cultura, alla Storia.

L’assurdo è che se il dottore non avesse subito violenza fisica, ma fosse stato “solo” massacrato dalle ingiurie per la sua pelle nera, il “gentiluomo” in canottiera non sarebbe incorso in nessun reato penale, ma soltanto in un illecito civile! Infatti in Italia, il razzismo non costituisce un reato a sé stante, ma solo un’aggravante di altri reati, come ad esempio la diffamazione o le lesioni. È quanto conferma la sentenza n. 2461/19 del 18/01/2019 della Suprema Corte di Cassazione. Dire «negro di m….» mentre si picchia una persona configura il reato di lesioni aggravato dall’odio razziale. Ma dire “semplicemente” «sei un negro di…», senza però commettere altri delitti, non è reato. Fa eccezione solo il caso della propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, nonché il compimento o l’istigazione a compiere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Dunque, ciò che rende punibile la discriminazione xenofoba – sia nella forma di razzismo “supremazionista” che in quella di odio razziale – è la propaganda e non l’offesa rivolta allo straniero. L’art. 594 del codice penale che puniva l’ingiuria fu abrogato dal decreto legislativo n. 7 del 15 gennaio 2016. Ne risulta quindi la depenalizzazione del reato. Lo stesso decreto legislativo ha fatto divenire l’ingiuria un semplice “illecito civile”. In altre parole, un illecito cui corrisponde una sanzione pecuniaria civile, di competenza del giudice civile. Forse sarebbero da rivedere queste rivisitazioni codicistiche.

Che tristezza! E amarezza maggiore è che l’uomo ha avuto bisogno di un documento burocratico, un pezzo di carta, per ufficializzare quanto la natura, la cultura e il progresso avrebbero dovuto partorire da sé. Siamo nel 1950, qualche anno dopo l’Olocausto – la più grande tragedia dell’Umanità – e viene redatto il documento della Dichiarazione sulla razza dell’UNESCO: primo foglio di carta ad aver negato ufficialmente la correlazione tra la differenza fenotipica nelle razze umane e la differenza nelle caratteristiche psicologiche, intellettive e comportamentali. Tutto questo avveniva dopo millenoventocinquanta anni dalla nascita di Gesù Cristo.

Diversità

Le razze non esistono, i violenti sì

Non esistono le razze, esistono i malati di razzismo“, diceva Rita Levi Montalcini. Dopo l’affaire Dreyfus e la sua difesa nel 1898 da parte di Émile Zola che – con il suo J’accuse! – si imputava all’ambiente militare e reazionario francese l’aver ordito un complotto a danno di un ufficiale innocente, ma ebreo; dopo Jesse Owens, leggendario sprinter americano di colore, campione olimpionico di quattro medaglie d’oro, nella Berlino nazista del 1936; dopo gli orrori disumani dei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale; dopo Jackie Robinson primo nero a diventare giocatore di baseball professionistico americano nel 1946; dopo Cassius Clay, Martin Luther King, Malcolm X, Nelson Mandela e per fortuna tanti altri… possibile che esista ancora “qualcuno” che sia “ammalato”? Che sia razzista? Ah se solo sapessero quei “troppi qualcuno” che le teorie razziste nacquero nel Medioevo, volute dai sovrani cristiani per impadronirsi dei beni dei banchieri ebrei! Quante cose si sarebbero evitate! O quei “qualcuno” per caso celano dietro questo nefasto termine “soltanto” la cattiveria, la violenza e l’ignoranza? Insomma, se il dottore non fosse stato di colore, quel personaggio in ciabatte e canottiera avrebbe accolto il biondo dottorino svedese con tutti i crismi dell’ospitalità? Non credo, perché il razzista, prima di tutto ha un’indole violenta. Di certo ciò che è vergognoso è che alla meschinità, alla perfidia e alla crudeltà si accosti come aggravante l’essere razzista: pronunciare frasi che sono dei colpi d’ascia all’Umanità e atteggiamenti che violentano e disequilibrano un “nemico” che non ha nessuna colpa, non ha commesso alcun sopruso. È soltanto nato, come tutti noi! Tanti, troppi, ancor oggi si “inorgogliscono” di essere razzisti, senza sapere che sono soltanto dei mentecatti, ignoranti del passato storico e di ciò che quella parola ahimè rappresenta. 

Il razzista, intriso di cattiveria e ignoranza, è un uomo che ha paura, un pauroso assassino della civiltà. Non degli ebrei, non degli uomini di colore, e degli altri a suo dire diversi da lui, ma ha paura di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della sua malata solitudine, del cambiamento della società e del mondo. In una parola, della vita. È un debole, armato di una violenza malefica inaudita, alla ricerca di un capro espiatorio, un nemico immaginario, per vomitargli addosso la sua ingiustificabile cattiveria. 

La storia insegna, siamo noi che non impariamo

Jean Paul Sartre elaborando la morale impegnata del nuovo esistenzialismo, spiegava di essere convinto che l’essere umano trovi la sua massima realizzazione nell’impegno sociale e politico verso il miglioramento della propria e dell’altrui condizione. E allora bisognerà dimostrare a ciascuno che il destino dei signori ebrei, dei signori di pelle nera e di tutti quelli che apparentemente vengono detti diversi, è il proprio destino. Non ci sarà un uomo libero finché gli ebrei, i neri, i diversi sotto qualsiasi accezioni non godranno la pienezza dei loro diritti; non un uomo vivrà sicuro, finché un ebreo, un nero, un diverso in Italia, a Chioggia, dietro l’angolo delle nostre case, nel mondo potrà temere per la propria vita. Il filosofo parigino era convinto del potere dell’azione: il dovere di ogni intellettuale, e in generale di ogni essere umano, fosse quello di impegnarsi per cambiare le cose. La scuola, la cultura, la storia, le istituzioni, la famiglia hanno il dovere, il diritto e la forza di sconfiggere quest’essere indegno, debole, pauroso di se stesso che tenta come una piovra di assassinare la civiltà. Dobbiamo tutti imparare le lezioni che la Storia ci ha insegnato e riconoscere il danno profondo causato dalla discriminazione razziale. Ciò significa preservare accuratamente la memoria dei torti storici, in modo da poter usare la nostra conoscenza per sradicare pregiudizi e insegnare la tolleranza, la non discriminazione e il rispetto della diversità – nella sua accezione positiva – ovunque e per tutti.

In un mondo con sette miliardi di persone è impossibile essere tutti “uguali”. Ma la diversità è ciò che caratterizza e distingue una persona dall’altra, facendo sì che ognuno di noi sia dotato di una propria personalità. Non è qualcosa di negativo “essere diversi”, perché lo siamo tutti! Io sono diverso dai miei amici, da Te lettore che ti stai annoiando, da Te lettore che riflessivo leggi questi righi, nonostante ci possiamo assomigliare molto, e così via. Io, sono io, e non nego di essere diverso dagli altri, perché proprio questa diversità forgia la mia personalità. E Iddio me la preservi per sempre, come a tutti voi! Tutti apparteniamo nella stessa misura all’Umanità, siamo tutte persone con personalità diverse e tutti abitiamo in uno stesso villaggio, il cui nome è Terra!

Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana“, disse Albert Einstein nel 1933 demolendo – almeno teoricamente – i fondamenti del razzismo! 

Io ho fiducia nell’Umanità, nonostante i truffatori in canottiera e ciabatte! La società può cambiare, ma dobbiamo continuare a lottare affinché il cambiamento si realizzi pienamente.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita”

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