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LIBRI

La poesia ha bisogno d’altro?

L’editoriale di Roberto De Frede

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Poesia stampa giapponese

Mi è capitato di udire nelle librerie, ma anche in aule accademiche: “Certo, se avessimo avuto la possibilità reale di vedere luoghi e personaggi delle poesie, o le circostanze che hanno dato i natali a versi immortali, tutte le opere poetiche e letterarie sarebbero state ancor più interessanti”.

Non siate Icaro, siate Morfeo

È cosa curiosa come, leggendo poesia, molti sentano il desiderio – a quanto pare, oserei dire necessario – di avere notizie, il più possibile rigorose e precise, di ciò che è cantato nelle pagine del libro che si sta sfogliando. Avessimo dinanzi agli occhi due bei ritratti di Paolo e Francesca, di Silvia, o di don Abbondio e de I promessi sposi, ci sembrerebbe ogni volta quelle pagine di potercele godere davvero di più? Leggendo l’Infinito, è proprio necessario fermare l’occhio sopra una fotografia del monte Tabor? Commuovendoci con il nitrito della cavallina storna è indispensabile avere accanto una istantanea della cavalla del povero padre del Pascoli, dal mantello grigio scuro maculato di bianco da renderlo simile al piumaggio di uno storno?

Ricordo a coloro che hanno queste necessità materiali che dove mancano possibilità fotografiche realistiche, arrivano in aiuto le illustrazioni: c’è per Dante il Dorè, per Manzoni il Gonin, e per tanti molti altri, che in fondo rispondono e corrispondono come possono a questo “desiderio del lettore particolare di cui sopra”. Ma son certo che sia il pittore di Strasburgo, che quello di Torino non hanno fatto altro che emozionarsi, disegnando; come ognuno di noi dovrebbe fare, esternando le proprie sensazioni.

Lo scherzo del vino che ispirò Carducci

Bramosia ancor più intensa e vitale è quella, per alcuni imprescindibile, di conoscere come sono nate opere immortali, altrimenti quasi la lettura passerebbe in secondo ordine. E non è un dramma se a volte si scopre che versi incastonati nell’oro più luccicante della letteratura mondiale ci sono stati regalati grazie ad una burla, una trovata goliardica, una bugia. Nell’estate del 1888 il Carducci era in vacanza a Madesimo. Il padrone dell’Albergo della Cascata, dove alloggiava il poeta di Valdiscastello, aveva in cantina una bottiglia di rosso di Sassella del 1884. Un gruppo di amici giocherelloni di Chiavenna, per meglio festeggiare il compleanno del poeta che cadeva il ventisette di luglio, non si fecero scrupolo di invertire sull’etichetta della bottiglia i due ultimi numeri, e al Carducci la presentarono come una rarità gran riserva del 1848. Niente di meglio ci voleva per eccitare la fantasia del poeta: il Quarantotto, le Cinque Giornate, il patriota Francesco Dolzino… Il sapore che quel vino, dopo quarant’anni, avrebbe perduto, subito lo riacquistò centuplicato nel cuore del Carducci; pochi giorni dopo buttò giù d’impeto le indelebili strofe della sua alcaica:

E tu pendevi tralcio da i retici
balzi odorando florido al murmure
de’ fiumi da l’alpe volgenti
ceruli in fuga spume d’argento…

Ora “quei lettori bisognosi” hanno saputo come nacque La bottiglia di Valtellina del 1848. Cosa ne hanno guadagnato? Di sicuro nulla che riguarda la poesia. È un errore il pensare che la poesia sia composta di fatti, fatterelli e parole.

Chi dice Poesia, dice sogno

Aereo di carta sogno

La materia della poesia è emozione pura, energia, sogno. La sua magia è quella di essere una, ma al contempo di suscitare in ognuno di noi, non solo particolari vibrazioni in quanto uomini diversi l’un dall’altro, ma ineguali anche per lo stesso lettore in diversi momenti della vita. Il cambio della data dell’etichetta è un aneddoto, anche simpatico; ma la bottiglia di buon rosso poteva anche essere mai esistita, non c’importa. L’obiettivo, della poesia è quello di “colpire” il poeta stesso e il lettore. Entrambi sono meravigliosamente succubi della sua forza. La poesia è una grazia, una possibilità di staccarsi per un po’ dalla terra e sognare, volare, usare le parole come speranze, come occhi nuovi per reinventare quello che vediamo, senza avere il bisogno della “cosa reale”. È una forma d’arte che ci permette di andare oltre la realtà, di osservare ciò che esiste, ma anche ciò che noi vorremmo esistesse! Le “cose” si spengono, lo spirito della poesia è immortale. Ci aiuta a scavare a fondo nel nostro cuore, tentando di lasciare una traccia, un segno che servirà per il resto della nostra vita. La poesia non ha bisogno d’altro che della poesia stessa, donandoci un disegno in bianco e nero da colorare con i pastelli delle emozioni di ognuno di noi.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita