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L’inizio è la mia fine: gli Atlante e la ricerca della ciclicità della vita

L’INTERVISTA – Dalla lezione di Terzani alla mitologia greca, un viaggio nel mondo degli Atlante

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Non c’è concerto senza sudore e non c’è inizio senza una fine: questo è quello che ci hanno insegnato gli Atlante, il trio torinese formato da Claudio Lo Russo, Andrea Abbrancati e Stefano Prezzi. Non la classica band di “amici dall’infanzia” ma persone con una passione in comune: la musica e la voglia di unire insieme due generi estremamente distinti e diversi, come loro. Intervistati da lawebstar.it, la band presenta il singolo L’inizio è la mia fine tra distopia e ciclicità, entrando nel vivo di quello che è un percorso tra mete e metà.

Gli Atlante, l’origine di una band con il “mondo sulle spalle”

La prima domanda è la più ostica, chi sono gli Atlante?

Gli Atlante sono essenzialmente 3 ragazzi di Torino che si sono incontrati intorno ai 19 anni e che arrivavano da una scena musicale torinese di gruppi totalmente diversi ma che suonavano nelle stesse serate. Ad un certo punto, io [Claudio Lo Russo, ndr] avevo scritto alcuni brani e avevo sentito loro due al basso e alla batteria e ho pensato a questo trio stile angloamericano. Siamo nati un po’ come tribute band dei Biffy Clyro, un gruppo scozzese, un power trio che ci ispirava parecchio. Abbiamo iniziato molto per gioco in sala prove, poi abbiamo iniziato a suonare a Torino in qualsiasi situazione e a qualsiasi cachet, disposti a tutto insomma. Abbiamo visto che cresceva, ci siamo appassionati al progetto e stiamo cercando di farne qualcosa di serio facendolo diventare una parte della vita importante, centrale per ognuno di noi tre.

Come va interpretato il nome Atlante, che scelta è stata?

Il riferimento è alla figura mitologica di Atlante, si sono incrociate due esigenze: la prima, stupidissima, di aver un nome che cominciasse per ‘A’. Ricordo [Claudio, ndr] quando avevo l’ipod e gli artisti che avevo in cima iniziavano con la “A” e ho pensato che sarebbe stato bello se fossimo stati lì, all’inizio. La seconda esigenza si è legata bene ai primi pezzi avevo proposto, testi di frustrazione e sfogo, di peso e c’era un po’ questa figura mitologica di Atlante che portava il mondo sulle sue spalle. I nostri testi rappresentavano questa figura, il portarsi addosso questo carico che sfogavamo poi suonando.

Quand’è che avete capito che quel progetto, nato un po’ per gioco, poteva diventare qualcosa di serio? Vi ricordate un momento più significativo di altri?

Quando dovevamo presentare il primo EP: eravamo in un locale dove ci entravano 130 persone ed è stata la prima volta che a parte le facce di amici e parenti abbiamo visto metà del pubblico che non sapevamo chi fosse, che in qualche modo aveva sentito la nostra musica. È stato bello perché nessuno di noi aveva ancora vissuto quella sensazione, è stata un po’ la realizzazione di un sogno che ti porta a dire ‘ok, facciamolo sempre meglio’. È stata un’emozione che ci ha stimolato, io ho pianto [Andrea Abbrancati, ndr]. Il senso di tutto è andare alla ricerca della complicità: alle volte basta la frase di una persona che si ritrova in qualcosa della nostra musica per farci dire “ok, andiamo a farci 100 km per farci quella data perché c’è quella persona che è umanamente utile per noi”.

Come vi compensate l’uno con l’altro?

Siamo molti diversi, non siamo nati come “amici di infanzia” che poi hanno deciso di fondare un gruppo, è stato il procedimento inverso: c’era della stima fra di noi e abbiamo deciso di metterci a suonare, dopo siamo diventati amici stretti, facendolo, ciò che ci lega quindi non è l’amicizia ma è questa passione comune. Lui [Andrea, ndr] è molto metodico, dritto, bravissimo a gestire tutta la questione dei contatti ma ha dovuto usare per 2 anni il navigatore per venire a casa mia a fare le prove. Lui invece [Stefano Prezzi, ndr] oltre ad essere un ottimo musicista ha ottimi gusti. Claudio è un genio [Andrea ride, ndr]. Abbiamo un un forte gusto artistico, voglia di sperimentare, fare cose nuove e Claudio ha questo mood tale da passare le notti a smanettare al pc sui programmi. Stefano parla poco ma quando parla è incisivo, è l’ago della bilancia anche quando io e Claudio siamo d’accordo.

L’inizio è la mia fine, il capovolgimento di Terzani e la ciclicità della vita

Il 10 giugno è uscito il vostro singolo L’inizio è la mia fine che si poggia su un senso della vita colto da Tiziano Terzani, di cosa parla?

Del testo è molto complicato parlare, il senso è nato dalla lettura del libro La fine è il mio inizio di Terzani, l’ultimo libro che ha scritto prima di morire e che è un po’ un diario-racconto in cui dialoga con suo figlio. Il figlio fa delle domande al padre e questo gli risponde, cosa che non accade così spesso ai figli, c’è sempre un rapporto che nella maggior parte dei casi è chiuso. Già solo per questo si tratta di un libro dall’estrema apertura mentale, poi Terzani cerca di interpretare la vita guardando alla fine di una cosa come l’inizio di un’altra basandosi su teorie e concezioni con le quali era venuto in contatto durante gli anni in Vietnam, Cambogia, India.

Partendo da questo concetto di fine-inizio, di ciclicità, abbiamo deciso di capovolgerlo: se la fine è il mio inizio allora iniziare qualcosa corrisponde a far finire qualcosa che c’era prima, una visione un po’ distopica ma molto realistica. Parlando di amore ma anche di un progetto, è giusto pensare che abbia che nel momento in cui ha inizio avrà anche una fine. Il testo ruota attorno a questo concetto e parla anche del ricominciare ad amare, a respirare nel momento in cui a finire è qualcosa di brutto andando ad indagare quel qualcosa di bello che inevitabilmente sta per iniziare ma c’è anche dell’ansia, quella dovuta al raggiungimento di obiettivi e l’insoddisfazione, quel senso di sentirsi sempre a metà di un discorso anche quando si raggiunge la meta.

Inizio, fine e nel mentre? Il viaggio da una tappa all’altra dove si colloca?

Questo brano si occupa ben poco di quello che c’è in mezzo tra l’inizio e la fine, è molto ansiogeno.

Nel brano ci sono delle persone che parlano e delle persone che ascoltano, un “io” e un “tu”: chi sono?

Potenzialmente chi parla sono io [Claudio, ndr]. Quando scrivo mi mento un po’ in prima persona ma non essendoci riferimenti alla mia vita può essere chiunque così come il “tu”. A volte è solamente il frutto di una volontà di cambiare di circoli viziosi: non avevo mai effettivamente detto “tu” in una canzone, né “amore mio”, né “amico mio”, non avevo mai dialogato con un altro essere vivente e lo sentivo necessario. Per questo direi che non c’è un vero “tu” ma più il bisogno di mettersi a faccia-a-faccia con un testo.

Musicalmente qual è l’obiettivo di questo percorso?

Stiamo cercando di avvicinare due mondi estremamente interessanti ma anche separati nella maggior parte dei casi come il rock di chitarre distorte e batteria acustica e l’elettronica fatta di synth, effettistica vocale. L’intero arrangiamento lo facciamo scollegato dal testo con il quale non c’è correlazione.

E come band? A che punto siete del viaggio tra una fine e un inizio?

Siamo arrivati alla metà di un’altra meta di un’altra metà di un’altra meta [ridono, ndr]. Questo segna un po’ l’inizio di un discorso che porterà al disco. La pietra miliare è stato un pezzo, Lamiera, pubblicato nel 2019 e che ha dato il via alla nostra voglia di unire il rock all’elettronica. Poi c’è stato Crociate, altro brano di solo voce ed elettronica figlio del lockdown, ora a distanza di un anno è uscito L’inizio è la mia fine che è un po’ la sintesi più matura di questo percorso di unione e continueremo su questa strada avvicinandoci al disco che ancora non è stato pubblicato.

Tra sudore e sopravvivenza: dietro le quinte degli Atlante e la playlist personale

Qual è il vostro motto?

Shottino prima di salire sul palco! Anzi no, questo non è un motto ma un rito. Il motto è: “Se non finiamo sudati dopo il concerto qualcosa è andato storto, non importa che fossero solo 3 pezzi o 15 minuti sul palco, bisogna scendere bagnati fradici.

Domanda a tema pazzo. Un aneddoto, una parola, un momento, l’attimo che avete vissuto insieme e che racconta degli Atlante ciò che degli Atlante non si vede:

La parola sudore sicuramente ma anche la parola sopravvivenza. Quando si va a suonare in giro capita di vivere certe situazioni hardcore… di cui siamo assolutamente felici ma perché siamo riusciti a sostenerle. Un momento bellissimo è stato quando andando a fare una data Andrea ha preso un gradino in autostrada spaccando la macchina, poi facendo il check Stefano è caduto dal palco, due metri, rompendosi tutto. Un’altra volta ci hanno chiuso dentro ad un locale, bellissimo: a volte dopo aver suonato capita di bere parecchio e mentre eravamo incoscienti in questo locale dove dovevamo dormire, dopo il concerto, è scoppiata una rissa. Il proprietario del locale è venuto a darci le chiavi del locale dicendoci letteralmente ‘io vi chiudo dentro, domani quando uscite lasciate le chiavi nella buca delle lettere’. Nel giro di 10 minuti ci siamo trovati in questo locale con le luci spente, senza sapere nemmeno dove fossero i letti e con la Polizia fuori; una situazione paradossale.

Lasciateci la vostra playlist, la top 5 degli artisti degli Atlante:

Verdena, Bon Iver, Biffy Clyro, Niccolò Fabi e gli Arcane Roots.