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MUSICA

London Calling: quando i Clash invitavano i giovani della capitale britannica a voltare pagina

La chiamata all’azione dei The Clash ad un’intera generazione

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The Clash London Calling

Londra chiama, ma la gioventù deve rispondere: come i Clash esortavano i loro ascoltatori ad affrontare con coraggio le problematiche di quel tempo

Pur se il brano più popolare del gruppo inglese The Clash rimane a tutt’oggi Should I stay or should I go?, anche sfruttato successivamente quale sottofondo di alcuni spot pubblicitari, quello più importante rimane senza dubbio London calling, che diede a suo tempo (1979) il titolo a un doppio album (sia in vinili a 33 giri che in audiocassetta) assai fortunato, non solo in Gran Bretagna, ma anche negli Stati Uniti d’America.

La storia di Joe, della band e dell’intera Gran Bretagna

Fu davvero il “botto” per quanto riguardava Joe Strummer e i suoi tre sodali: a facilitarne la diffusione fu anche la confezione, ossia l’immagine di copertina scelta per l’occasione: una foto in bianco e nero in cui si vedeva il bassista dei Clash, Paul Simonon, impegnato nel “rituale” della distruzione del proprio strumento (esattamente durante un’esibizione del complesso tenutasi al Palladium di Nuova York) e, intorno alla medesima immagine, a caratteri grandi rossi e verdi nello stesso stile della scritta “Elvis Presley” che nel 1956 segnò il primo LP del Re del rock’n roll, la dicitura “London Calling”.

La natura come metafora della società in trasformazione

La canzone, il cui arrangiamento strizza l’occhio (e soprattutto l’orecchio) a un certo stile pop in voga una dozzina d’anni prima, ci presenta nel testo la visione apocalittica di una Londra vittima di un improvviso ritorno dell’era glaciale e invasa dall’acqua, quasi sul punto di sprofondare. Si tratta di una metafora che sta ad indicare come la stragrande maggioranza degli abitanti della capitale del Regno Unito si sia da tempo messa a dormire sugli allori di un’epoca che invece si sta facendo sempre più lontana.

Ormai la Londra “swingin” degli anni Sessanta, quella che aveva in Carnaby Street il proprio simbolo e in tanti gruppi musicali (anche provenienti da altre zone dell’Inghilterra, vedi i Beatles) il fulcro sotto il profilo dell’animazione, quella che tra l’altro aveva ispirato addirittura due grandissimi del cinema italiano come Michelangelo Antonioni per il lato serio (Blow up, peraltro di produzione britannica con collaborazione statunitense) e Alberto Sordi per quello ironico-sentimentale (Fumo di Londra, che fu, com’è noto, l’esordio dell’attore romano dietro la macchina da presa), è solo un ricordo. Ora tocca ai giovani cambiare tutto, rimboccarsi le maniche e prendere coscienza che vi sia tanto, tanto da fare per ripartire, rinnovando il volto della città adeguandolo ai tempi.

Nel testo della canzone si allude velatamente a due episodi di cronaca di quel periodo: un ciclo continuo di piogge torrenziali che interessarono Londra, con il Tamigi che rischiò la piena (venne miracolosamente evitata una rovinosa alluvione), e la fusione di un reattore nucleare sito negli Stati Uniti, esattamente in Pennsylvania, che portò all’espandersi di piccole quantità di gas radioattivi, con evidenti pericoli ambientali.

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