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Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?

L’editoriale di Roberto De Frede

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kabul afghanistan talebani

Notizie che imperversano in questi giorni.

La terra brucia, l’epidemia flagella, i terremoti devastano, le carestie – seppur lontane solo geograficamente da noi – uccidono migliaia di bambini, e l’uomo ha ancora il tempo e la voglia di fare la guerra! Mentre vi scrivo i talebani invadono Kabul: l’Afghanistan è diventato un Emirato Islamico.

L’esercito afghano non ha combattuto, tutto è avvenuto in pochi giorni, come se i talebani fossero stati investiti di questo ruolo dalle superpotenze mondiali e che quello che è stato fatto, doveva esser fatto: ma questa è realizzazione di fantapolitica, è “altrastoria”. Qui invece mi piace parlare di storia e letteratura, ricordando che ahimè anche la guerra lampo è guerra, il Blitzkrieg docet. L’Orologio dell’apocalisse mette in guardia gli esseri umani: ora si trova ad appena un minuto e quaranta secondi dalla mezzanotte, e continuando così quelle lancette rischiano fra non molto di sovrapporsi.

Il dovere di spostare indietro il Doomsday Clock

Ciò significa che i Quattro Cavalieri – non solitari, ma sempre insieme – galoppano e fanno scorribande nella nostra vita, distruggendo a mo’ di falce la Natura, la nostra casa. L’uomo non ha ancora perso, e ha il dovere etico di spostare all’indietro di parecchio il Doomsday Clock, assicurando e preservando la salute e la vita della civiltà umana. Sarà pure leopardianamente matrigna questa nostra natura, crudele e indifferente ai dolori degli uomini, forza oscura e misteriosa governata da leggi meccaniche e inesorabili, ma di certo i figliastri non fanno molto per trasformarla in madre adorata, portatrice di serenità e benessere. La natura è la nostra vita e viceversa: proteggere entrambe per continuare il meraviglioso viaggio dell’uomo sulla terra è il comandamento morale inderogabile. All’indomani della seconda guerra mondiale, missione dell’ONU era di salvare le future generazioni dal flagello della guerra, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole. Il legame indissolubile tra diritti umani e pace e il rapporto di reciproca esclusione tra guerra e diritti erano stati sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta nel 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.

Ad oggi, non uno degli stati firmatari ha applicato completamente i diritti universali che si è impegnato a rispettare: il diritto a una vita dignitosa, a un lavoro e a una casa, all’istruzione e alla sanità. In una parola, il diritto alla giustizia sociale.

Il diritto, privilegio di pochi

Vent’anni dopo l’inizio del terzo millennio cristiano, non vi sono diritti per tutti, ma privilegi per pochi. La più aberrante in assoluto, diffusa e costante violazione dei diritti umani è la guerra, in tutte le sue forme, in quanto voluta dall’uomo. Ciononostante la guerra, essendo “morte contro natura” non si può umanizzare, si deve solo abolire, aspettando quel giorno in cui la guerra s’inchinerà al suono di una chitarra, come invocava ai tempi del Vietnam Jimi Hendrix. Gli altri flagelli sembrano più naturali, e sotto questa accezione, più accettabili. Certo non quando a bruciare la terra è un assassino-piromane e non quando un virus è costruito in laboratorio. Dopo quasi 70 anni, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russell-Einstein: “Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? È possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano?” Molti potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere.

Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.

Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da accettare a testa bassa; deve essere prevenuta e curata.La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. Concepire un mondo senza guerra, d’ogni tipo, è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente. La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell’immaginare, progettare e implementare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino alla completa disapplicazione di questi metodi. L’abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione, e non chiamiamola utopia, visto che non è mai accaduto prima. Il termine non deve portarci ad una resa a priori. Molti anni fa anche l’abolizione della schiavitù sembrava utopistica. Fino al XIX secolo, possedere degli schiavi era ritenuto normale, fisiologico, poi sappiamo – almeno sulla carta – come è andata a finire. Se poi il termine coniato da Tommaso Moro possa servire a dare più impeto e fermezza per la “missione impossibile”, ben venga. “L’utopia – scrisse Eduardo Galeano – è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”. E l’uomo deve continuare a camminare nel segno della pace, con l’aiuto indispensabile della cultura e della civiltà, la strada che ha per nome l’antidoto alla guerra: la VITA.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

“È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita