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Russia, follie oltre la guerra: l’assurda censura della cultura

“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”

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L’arte e la cultura sono senza discussione alcuna sopra ogni cosa: niente e nessuno dovrebbe scalfirle, neanche la guerra tra Russia e Ucraina. In un mondo ancora dominato da conflitti militari ed economici, Umberto Eco ricordava che anche la diffusione della cultura e la conoscenza reciproca dei beni culturali del proprio paese hanno una funzione positiva e possono costituire uno, anche uno soltanto, degli elementi di salvezza per un mondo sempre più globalizzato e l’un contro l’altro armato.

La guerra: uno spargimento di sangue in cui annega anche la cultura

In questo momento di ostilità verso la Russia, o meglio nei confronti di quei russi che inneggiano alla guerra, si sta cercando di cancellare, o quantomeno di mettere in ombra, tutto ciò che riguardi la sua cultura. Una vera e propria follia, che va oltre la tragedia umana della guerra. Si stanno impedendo lezioni, letture, mostre e concerti di grandi classici della tradizione, solo perché di autori russi.

Voler sostenere l’Ucraina non vuol dire dover eliminare dal radar tutto ciò che ha a che fare con quella meravigliosa terra fucina di geni assoluti. Analogamente, come se tutte le eccellenze italiane, dalle opere d’arte a quelle letterarie e musicali, da Dante a Manzoni, da Raffaello a Puccini, fossero state ripudiate soltanto perché appartenenti alla patria in cui vi era instaurato il regime fascista. O, per lo stesso motivo, sfrattare Goethe e Beethoven perché nati nel luogo dove per disgrazia della stessa Germania si era insediato il nazismo.

Dunque in castigo anche François Rabelais e Pierre Corneille, per il solo fatto che la Francia, a più di un secolo dalla loro morte, dal settembre del 1793 al 27 luglio 1794 fu sotto il Regime del Terrore?

Il conflitto a giustifica di un’ingiusta censura: dall’arte alla letteratura

In poche settimane, grandi autori della letteratura russa, amati e elogiati per anni, musicisti immortali, hanno perso il loro “status” glorioso, perché associati alla nazione di Putin. Una censura così, nel XXI secolo in Europa, non si era ancora vista e non si immaginava neppure. All’università Bicocca di Milano, dopo l’inizio della guerra, si voleva impedire un corso di approfondimento di Paolo Nori su Dostoevskij, e tutto questo ci fa capire che un limite, prima invisibile, ma ora tangibilissimo, è stato oltrepassato.

Quello dell’Ateneo milanese è solo uno degli esempi che si sono susseguiti nel mondo. Il nostro Paese, da sempre promotore della cultura, in tutte le sue forme e di tutti i popoli, non deve rischiare di fallire su questo campo da sempre vincitore. Oscurando i grandi russi toccati dalla grazia delle Muse ci si dimentica che la cultura è la medicina naturale che può salvare le persone. Lo stesso Cicerone aveva descritto la conoscenza come ciò che solamente nel mondo avrebbe garantito di coltivare l’animo.

Cosa avrebbe scritto Dostoevskij sul conflitto tra Russia e Ucraina?

Quando Dostoevskij apprese che Ivan Turgenev aveva distolto lo sguardo all’ultimo momento mentre assisteva all’esecuzione di un uomo, decise di chiarire la sua posizione: “Un essere umano che vive sulla terra non ha alcun diritto di voltarsi e ignorare ciò che accade su quella stessa terra, e ci sono alti imperativi morali a giustificazione di ciò“. Cosa direbbe Dostoevskij – concentrato con il suo penetrante sguardo morale sulle sofferenze dei bambini ne I fratelli Karamazov – dell’esercito russo che bombarda un teatro adibito a rifugio in cui vi erano numerosi ragazzini?

Ivan Karamazov, il protagonista del romanzo, riflette molto più su questioni di responsabilità morale che di accettazione o perdono e riconciliazione cristiana. Nelle sue conversazioni, Ivan porta spesso ad esempio i bambini a cui viene fatto del male e implora gli altri personaggi perché riconoscano le atrocità che sono costretti a patire. Ed è determinato a trovare una punizione. Dostoevskij non avrebbe distolto lo sguardo dal deliberato bombardamento contro i bambini di Mariupol. Avrebbe mai potuto difendere il concetto della moralità russa mentre vedeva le immagini di civili innocenti giacere a terra per le strade di Buča?

In Delitto e castigo lo scrittore moscovita descrive con straziante dettaglio il peso dell’omicidio su chi lo commette, arrivando alla conclusione che, quando una persona toglie la vita ad un altro essere umano, uccide anche una parte di sé. Come avrebbe potuto, l’autore di quelle pagine, accettare l’idea della Russia sostenuta da Putin?

La lezione di Lev Tolstoj

Nessuno scrittore ha descritto la guerra in Russia più intensamente di Lev Tolstoj, un ex soldato che divenne il più famoso pacifista russo. Dopo la pubblicazione del 1869 di Guerra e paceTolstoj denunciò pubblicamente molte campagne militari russe. In Anna Karenina (1878) scrive: “[..] il popolo si sacrifica ed è sempre pronto a sacrificarsi per la sua anima, non per uccidere“. In uno dei suoi scritti pacifisti più noti dal titolo Non uccidere del 1900, previde e identificò il problema che si riscontra nella Russia di oggi: “La disgrazia di una nazione non è causata da alcune persone in particolare, ma dall’ordine particolare della Società sotto il quale il popolo è talmente compattato da trovarsi tutto nelle mani di pochi uomini o, più spesso, nelle mani di un solo uomo: un uomo così deviato dalla sua posizione innaturale di arbitro del fato e delle vite di milioni di persone, da essere sempre malato e da soffrire più o meno di manie autocelebrative“.

Il principio di non-violenza

Il guerriero Tolstoj, ora, combatte contro lo zar, contro ogni nazione che per sopravvivere inaugura una guerra, contro tutti gli eserciti. Predica la non violenza, la resistenza pacifica, l’obiezione di coscienza. “Ciò che sostiene l’attuale sistema sociale è l’egoismo degli uomini che vendono la propria libertà e il proprio onore per i loro piccoli vantaggi personali“, scrive ancora Tolstoj nel saggio ispirato dall’assassinio di Umberto I ad opera di Gaetano Bresci. “Non occorre assassinare gli Alessandri, i Carnot e gli Umberti e gli altri, ma occorre spiegar loro che sono essi stessi degli assassini, e occorre soprattutto non permettere loro di assassinare altra gente, rifiutarsi di assassinare su loro comando. Se gli uomini non agiscono ancora a questo modo, ciò si deve unicamente a quell’ipnosi in cui li tengono tanto accuratamente i loro governi, spinti a ciò da un istinto di autoconservazione“.

La cultura è un’arma contro la guerra

Nel 1904 firmò una lettera aperta che denunciava la guerra russo-giapponese, che è stata in alcune occasioni paragonata proprio a quella in Ucraina: “Di nuovo la guerraDi nuovo sofferenze, necessarie a nessuno, totalmente ingiuste; di nuovo l’inganno, di nuovo lo stordimento e l’abbruttimento generale dell’uomo“. Nella sua ultima opera, Chadži-Murat (pubblicata postuma nel 1912) analizza le imprese coloniali della Russia nel Caucaso settentrionale, mostrando come l’assurda violenza contro un villaggio ceceno provocasse un odio immediato verso il suo popolo.

Se è vero che Dostoevskij insisterebbe perché non si distolga lo sguardo, Tolstoj sosterrebbe il dovere di agire dopo aver visto. Questi scrittori, come altri loro conterranei quali Čechov, Puškin, Gogol’, hanno ben poco a che fare con la guerra in corso. Vero è che non possono cancellare o attenuare le azioni dell’esercito russo in Ucraina, ma con la loro arte possono far riflettere. Allora? Siete (o eravate…) proprio sicuri – voi di cui sopra della Bicocca et alii similes – di “bruciare” i loro libri?  Vorrei che gli “incendiari” o i loro “seguaci” rammentino cosa avvenne nella Bebelplatz di Berlino il 10 maggio 1933 e soprattutto qualche anno dopo…

Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini

Nella tragedia Almansor il poeta Heinrich Heine scrive: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini“, dove il verbo bruciare lo si può intendere anche metaforicamente, semplicemente associandolo a coloro che allontanano dalla cultura del proprio paese, quella russa. Per caso dobbiamo pure bendarci gli occhi se ci capita di vedere, anche solo sfogliando un libro, la Santissima Trinità, simbolo spirituale dell’arte russa, di Andrej Rublev il più famoso pittore di icone russe, conservata nella Galleria Tret’jakov a Mosca? 

Mentre scrivo sto ascoltando il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in do minore di Sergej Rachmaninov, inutile dirvi che era un musicista russo e che continuerò ad amarlo fintantoché la mia anima darà vita ai miei sensi. Se qualcuno mi dicesse di spegnere lo stereo per solidarietà all’Ucraina e contro la Russia, con un amaro sorriso gli risponderei che fino a quando si ergerà la parola “contro” in bocca ad un “pacifista”, quel pacifista non sarà mai in grado di comprendere cosa sia realmente la pace, né sarà degno di leggere Dostoevskij, contemplare Rublev e ascoltare Rachmaninov.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita