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Sul pentimento, quale sentimento fluttuante tra l’umano e il divino

L’Innominato non era, in fondo, un malvagio del tutto

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Alessandro Manzoni, statua a Milano

Oggi la parola pentimento è spesso, direi ormai sempre, associata alla dottrina del diritto penale, significante ogni forma di ravvedimento e di collaborazione con la giustizia da parte di criminali politici e comuni, che per determinati reati gravi, al pari di una circostanza attenuante, può comportare una notevole riduzione di pena. Credo che il valore più aulico e più originario che si possa dare al pentimento sia invece non quello di “baratto“, di un do ut des – confessare con freddezza il nome del complice di un reato per avere uno sconto di pena – bensì il sentire, quasi miracolosamente, sincero dolore e vero rincrescimento di aver commesso un fallo, o non fatta un’opera buona. 

La dottrina del pentimento

La dottrina del pentimento è molto più vasta della definizione data dal vocabolario o dalla giurisprudenza. Quando Gesù diceva “ravvedetevi“, i discepoli riportarono quel comandamento in greco con il verbo metanoeoQuesta parola possente ha un grande significato: il prefisso meta significa cambiamento; il suffisso si riferisce a quattro termini greci importanti, ossia nous, la mente, gnos, la conoscenza, pneuma, lo spirito, e pnoe, il fiato.

Ancor più degno di onore se questo sentimento di rimorso, sofferenza, rammarico proviene da qualcuno che nessuno mai avrebbe immaginato capace di ciò, di trasformare la sua indole. La memoria letteraria non può che andare alla figura che torreggia fra i potenti e intoccabili manzoniani: l’Innominato.

Il manzoniano pentimento

La storia del suo pentimento tanto profondo da portarlo alla conversione, dal viaggio di don Rodrigo all’ innocente sonno – direbbe Shakespeare, ricordando Macbeth – dell’Innominato dopo il discorso ai bravi e la preghiera, occupa il centro del romanzo. È un furioso temporale, cui segue la pioggia ristoratrice; temporale di cui rimane tuttavia, più tardi, qualche eco, ma tutt’altro che paurosa, nelle parole ad Agnese: “Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia… – le disse in ultimo: – già son certo che prega per me, poiché le ho fatto tanto male: ditele adunque ch’io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei“.

La notte dell’Innominato, episodio che bisognerebbe leggere in ginocchio, è un isolotto granitico, di cui si serve lo scrittore, senza la preoccupazione di disegnare un tipo ideale – come fra Cristoforo -, per sollevarsi in alto: intermezzo musicale celeste, fra due tempi sinfonici modesti se pur grandi. Le sue idee sulla vita religiosa sono riflesse in fra Cristoforo, ma le sue idee – idee vissute – sui misteri del cuore umano sono certamente rivelate nell’Innominato. Lasciamo stare, per carità, le fonti. L’acuto raffronto col Faust, per ciò che riguarda le campane pasquali, non diminuisce per nulla, anche se rispondente a verità, l’incanto dell’episodio.

Come Amleto, forse più che Amleto, l’Innominato esprime i tormenti della coscienza. È fermata in queste pagine la più universale e la più alta delle tragedie umane.

Apologia umana e corrente di un Innominato

C’è, tra eminenti critici, chi nega il miracolo del pentimento e della conversione, riducendolo a fenomeno psicologico, chi invece ci crede: probabilmente tutti hanno ragione e torto al tempo stesso.

Intendo dire che conviene distinguere la questione religiosa da quella estetica, e che, se vogliamo considerare la conversione solo come episodio del romanzo, e quindi con criteri squisitamente estetici, non dobbiamo impigliarci nelle eleganti ma esasperanti questioni dei rapporti fra il Manzoni e l’Innominato.

Non mancano argomenti per dimostrare che l’Innominato non era in fondo un malvagio del tutto. È il Manzoni a dircelo: “Accadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più terribile fio“. Si può pure ammettere come alcuni sostengono che Lucia commuova l’Innominato anche perché bella, giovane, gentile, ma il nodo della questione non è qui. Che la conversione sia di tipo nettamente progressivo, non fulmineo, come notato da vari studi di psichiatria, o il sapere che fu determinata da potenti bisogni morali, non ci spiega nulla.

C’è, o no, un minimo di coscienza religiosa nell’Innominato, anche prima della conversione? Il suo pentimento sorge nella sua anima solo in apparenza senza Dio? Questo è il punto. Probabile che la conversione dell’Innominato si possa giustificare pienamente da sé, come episodio umano, giudicabile da un punto di vista puramente estetico e psicologico; ma credo fermamente che nella mente del Manzoni sia stata presente di continuo l’idea del miracolo, concedendo a tutti gli uomini, il Signore, la possibilità di essere buoni.

“Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo”, dice pacatamente il cardinale Borromeo all’Innominato. Chi ha qualcosa da dire in contrario, si faccia avanti. Io chino il capo in silenzio.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita

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