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Vasco Rossi ricorda il padre: “Portava i segni della prigionia nel lager”

Il cantante si lascia andare ad un lungo racconto della sua vita privata

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Vasco Rossi

È un Vasco Rossi intimo, che mostra un lato di sé poco conosciuto e che racconta una parte delicata, ma importantissima della sua vita. Il cantante lo fa attraverso un post su Instagram, pubblicato in occasione dell’anniversario di nascita del papà Giovanni Carlo. Una foto di famiglia in bianco e nero, nella quale un piccolo Vasco sorride tra le braccia dei genitori, accompagnata da un lungo messaggio pieno di ricordi e riconoscenza nei confronti di chi lo ha cresciuto con amore e sacrifici.

Vasco Rossi ricorda la morte del padre Carlino

Vasco Rossi ricorda il papà Carlo

“Era uno di poche parole, portava dentro indelebili i segni della prigionia in Germania, ma non ne ha mai parlato con noi a casa”. Inizia così il racconto di Vasco, dedicato principalmente a papà “Carlino”, uno tra i primi a supportare la passione del figlio per il canto. “Il mio papà, era lui che mi accompagnava alle varie manifestazioni dell’Usignolo d’Oro alle quali dovevo andare in qualità di vincitore e dove mi esibivo sul palco come la star”, un sostegno arrivato non senza sacrifici: La mia famiglia era modesta, si faceva anche fatica a finire il mese, ma a me non è mancato mai niente, mi bastava l’amore che respiravo nell’aria”.

“È morto all’improvviso. Non ero pronto”

Il papà di Vasco non ha fatto in tempo a vedere compiuto a pieno il percorso verso il successo del figlio, a causa della sua prematura scomparsa avvenuta nel 1979, che ha segnato il cantante per sempre: “La sua morte mi ha colto di sorpresa, non ero pronto. È morto di un malore, aveva 56 anni. Per me è stato il primo grande dolore. Come cadere a terra bruscamente e rialzarmi improvvisamente adulto”.

Una mancanza forte, una presenza che è mancata a Vasco, ma che ha contribuito a renderlo ciò che è oggi, nonostante le differenze caratteriali: “Mio padre era un camionista, aveva un camion suo, e girava l’Italia per prese e consegne. La sua filosofia sul camion era mantenere una velocità costante per arrivare dritti alla meta in tranquillità e sicurezza. A me invece piaceva ovviamente spingerlo, l’acceleratore”.

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