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MUSICA

Vinicio Capossela a Sanremo: 30 anni di successi, alla riscoperta delle tradizioni musicali (e non) internazionali

La vita, le origini e la carriera di Capossela

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Vinicio Capossela al Festival di Sanremo 2022

Erano gli anni Sessanta e il “miracolo economico” italiano risultava essere “per molti, ma non per tutti. Persistevano infatti, specie nel nostro Meridione, casi di persone che andavano in altre nazioni europee per migliorare la propria condizione con un lavoro adeguato. Fu questo anche il caso di un certo Vito Capossela e della sua giovane moglie, partiti dalla provincia di Avellino alla volta dell’allora Repubblica Federale della Germania Occidentale, per stabilirsi ad Hannover, nella Bassa Sassonia. E fu proprio lì che, martedì 14 dicembre 1965, venne al mondo un bimbo al quale venne imposto il nome di Vinicio, come omaggio a un non meglio precisato solista di fisarmonica in voga a quei tempi, chiamato appunto Vinicio, di cui papà Vito era grande ammiratore.

Vinicio Capossela, la vita e le origini: in Emilia la crescita artistica e l’incisione dei primi dischi

Dopo qualche anno, la famiglia Capossela rientrò in Italia, ma fermandosi in Settentrione, esattamente a Scandiano, nel Reggiano. Fu lì che Vinicio, ancora adolescente, prese confidenza con la musica, imparando a suonare la fisarmonica, la chitarra, ma soprattutto il pianoforte. E come pianista-cantante un po’ alla Paolo Conte, ma pieno di talento e con una personalità spiccata, Capossela si fece le ossa nei locali della Riviera Romagnola e delle principali città emiliane. Francesco Guccini lo ascoltò una sera e ben presto lo presentò al produttore discografico Renzo Fantini: quest’ultimo seppe intuire le potenzialità quale cantante e autore del ragazzo di origine irpina e lo portò a Milano, alla CGD. Così, sul finire del 1990, uscì nel triplice formato vinile 33 giri-audiocassetta-CD il primo album di Vinicio Capossela, All’una e trentacinque circa, che ebbe un discreto successo, a cominciare proprio dal brano omonimo con il famoso ritornello caratterizzato da un elenco di noti whisky e cocktail serviti regolarmente in certi locali notturni assai raffinati.

Vinicio Capossela, la carriera: canzoni, culture e tradizioni

Nel 1991 uscì il secondo lavoro, Modi, il cui brano principe era ispirato alla tormentata storia d’amore tra Amedeo Modigliani e la pittrice Jeanne Hèbuterne, poi morta suicida a soli ventidue anni. Questo disco confermò le aspettative del selezionato pubblico e della più attenta critica e così Vinicio Capossela si ritagliò un proprio ruolo di artista non popolarissimo, ma comunque conosciuto e apprezzato dai palati più fini. Il CD successivo, Camera a Sud, gli aprì le porte di quel mercato francese che già aveva premiato artisti come lo stesso Paolo Conte e l’oggi scomparso Gianmaria Testa. Tra le produzioni seguenti, Canzoni a manovella si segnalò anche per un omaggio ai gusti paterni, con un’indovinata rivisitazione di un antico successo del giovane Adriano Celentano, Si è spento il sole; Ovunque proteggi per un certo sapore mistico; Marinai, profeti e balene per indovinate citazioni letterarie, anche classiche (vedi l’Odissea di Omero).

L’accostarsi a un certo stile popolare diffuso in Grecia e dintorni, il cosiddetto rebètiko, spinse Capossela a riarrangiare alcuni suoi brani del passato e ad adattarli a tale genere, dando così vita al disco intitolato Rebetiko Gymnastas (2012), mentre fu molto lunga e laboriosa la lavorazione al progetto Canzoni della cupa (la cupa cupa è un tipico strumento musicale popolare diffuso in quasi tutto il Mezzogiorno peninsulare), portato a termine solo nel 2016 dopo tredici anni di ricerche. Si trattò di un attento lavoro in cui vennero riportate su disco, accanto a composizioni originali di Capossela ispirate comunque alle tradizioni irpine (e quindi alle radici familiari dell’artista), pure canzoni pugliesi scritte e inizialmente lanciate da Matteo Salvatore, storico interprete e autore del folk di quelle parti, il quale, poco prima di morire, aveva anche collaborato con lo stesso Vinicio.

L’altra faccia di Vinicio Capossela: il narratore

Proprio pochi mesi fa, dopo il successo riscosso dal progetto cultural-musicale Bestiale Comedìa in cui venivano evidenziati alcuni punti di contatto tra le sue canzoni e il poema dantesco, Vinicio Capossela ha pubblicato il suo sesto libro, intitolato Eclissica, diario di quindici anni di attività musicale, teatrale e culturale. In passato, comunque, il cantautore aveva già sperimentato altre forme di scrittura, come uno stile narrativo molto personale espresso nell’esordio in tale veste, Non si muore tutte le mattine (2004), oppure un anticipo del discorso affrontato nel già ricordato doppio album Canzoni della cupa ne Il paese dei coppoloni (2015), solo per citare le prove meglio riuscite.

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