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Cinema e Teatro

Volevo nascondermi con Elio Germano: il film dedicato alla figura di Antonio Ligabue

Un film che racconta – con inedita delicatezza – l’esistenza di un’artista che ha segnato il mondo dell’arte e della scultura del suo tempo

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Volevo nascondermi con Elio Germano: la storia di un’esistenza

Volevo nascondermi indaga la vicenda umana ed esistenziale del pittore e scultore Antonio Ligabue (1899-1965) portando in scena prima l’uomo che l’artista, e ponendolo al centro di un’esistenza che definire travagliata è un eufemismo. L’arte arriva solo in un secondo momento: prima non sarebbe stato possibile, perché l’incomprensione e la violenza che circonda Ligabue non permette la piena manifestazione della personalità e del talento artistico di Antonio.

Sono le sensazioni che prova l’artista a parlare di lui: è attraverso la contradditoria e ferita umanità di Ligabue nella forma di ossessioni, paure e non da ultimo ricordi, che lo spettatore riesce ad avvicinarsi alla concezione di arte propria del pittore. L’interpretazione sofferta e sentita di Elio Germano non può che rivelarsi un successo: lui, noto attore romano, classe 1980. Germano ha vinto l’Orso d’Argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2020 ed il David di Donatello 2021 per il miglior attore protagonista, proprio vestendo i panni dell’artista.

Infanzia e vita adulta: un legame a doppio filo

Volevo nascondermi è un film che ripercorre l’esistenza personale ed artistica di Antonio Ligabue partendo dalla sua infanzia, passando per l’età adulta, fino ad arrivare agli ultimi giorni di vita dell’artista. Non ci può essere Ligabue adulto senza il ricordo del Ligabue bambino. Il film non è il racconto lineare di una biografia d’artista; si presenta piuttosto come un continuo e paziente tentativo di ricucire a doppio filo infanzia e vita adulta di Ligabue, che si possono considerare fasi separate solo su un asse temporale, ma non di significato.

Ad aiutare in questo intento ci sono sicuramente i numerosi flashback sui quali è costruita l’intera struttura filmica: la eco delle umiliazioni, delle percosse e dei maltrattamenti subiti dal piccolo Antonio sia in famiglia che a scuola, risuona e riemerge prepotentemente nel vuoto interiore, nella rabbia e nella disperazione di Ligabue, che ormai è divenuto una persona adulta volenterosa di affermarsi nel mondo dell’arte e della scultura del suo tempo.

La prima scoperta della natura e dell’arte come rifugio

La componente della natura, nella forma specifica degli animali, risulta essere uno straordinario strumento connettore in tutto il film. È un filo rosso che lega emozioni e fatti, di cui è protagonista non solo Ligabue, ma anche le persone che scelgono di rimanere al suo fianco. Il piccolo Antonio che era solito isolarsi dalla spaventosa mancanza di cura agita dagli adulti che di lui avrebbero dovuto occuparsi, ha trovato il primo rifugio nella compagnia degli animali. Specie i conigli.

Solo quando Antonio diventerà un giovane uomo, quel tentativo di fuga finalizzato alla ricerca della pace interiore, si trasformerà in pieno conforto, nell’atto di abitare ed operare nel mondo dell’espressione creativa: l’arte. Ligabue dipinge e scolpisce vari animali, tra cui tigri, cavalli. Ancora, galline. L’artista esprime se stesso immedesimandosi totalmente nel soggetto che vuole raffigurare arrivando ad imitare il comportamento degli animali, prima ancora di prendere il pennello in mano. Il processo artistico di Ligabue può sembrare per certi versi esasperato, eppure il tentativo dell’artista – alla luce del suo passato – acquista un senso.

Ligabue indaga il mondo animale: lo osserva, lo studia, lo guarda, nello stesso modo in cui cerca di guardare dentro se stesso partendo dai suoi primi ricordi di bambino. È uno sguardo dentro di sé, prima ancora che fuori, sulla natura.

Dal rifiuto dei grandi alla volontà personale di nascondersi

Ligabue ha subito fin da bambino l’atto del rifiuto da parte dei grandi, che presto si trasforma in un rifiuto da parte della società. Una società, quella fascista italiana dei primi anni Trenta, dove l’individuo prima di essere considerato un essere umano con una propria dignità ed un personale valore, veniva visto come una macchina produttiva. Ligabue non poteva di certo adempiere a questi canoni: non aveva un lavoro, non aveva una moglie e conduceva una vita da vagabondo.

Ligabue si nasconde non perché vuole scomparire ma per proteggere se stesso: e riecheggiano le musiche di Biscarini e Furlati, nonché colonna sonora del film, che suggeriscono con le note e le parole l’azione del personaggio: “hiding from the world”. È questo che fa Antonio, prima di scoprire chi sente di poter essere, e di obbedire solo più a questa voce interiore.  

Ai margini più impietosi della società nella forma dei vari ricoveri in manicomi, oggi, ma molto prima ai margini di se stesso. Il costante richiamo al vissuto passato del protagonista, al fine di parlare del suo presente, pare diventi una struttura funzionale, al regista, per esprimere un’idea chiara: c’è sempre una motivazione agli agiti del comportamento umano, anche quando questo appare ai più insensato, e addirittura folle.

“Io sono un artista”: il riscatto del piccolo Antonio, che diventa Ligabue

Volevo nascondermi non porta, però, in scena, la triste storia di un pittore e scultore emarginato, che vive in maniera disagiata gran parte della sua vita, privo di alcun mezzo di sostentamento economico. Questa è solo una parte della storia. Il film vuole raccontare anche e soprattutto il riscatto di Ligabue, e decide di portarlo in scena con colorata vividezza. Se le voci degli adulti, quando Antonio era solo un bambino, gli hanno raccontato una storia crudele, nella quale lui era un errore e quel posto, dove suo malgrado si trovava e che occupava – prima all’interno di una famiglia non sua e dopo di una scuola che di intento educativo non vedeva nemmeno l’ombra – non era il suo; Ligabue cresciuto è riuscito a raccontare a se stesso un’altra storia.

 “Io sono un artista: non a caso Elio Germano in Ligabue ripeterà più volte questa frase nelle varie scene del film, a espressione non più di una dura sentenza ma di un atto liberatorio, soprattutto quando – all’inizio – il pubblico non accoglie immediatamente con entusiasmo i lavori del pittore sconosciuto. Non ha importanza, perché Ligabue ha scoperto chi è ed ha cominciato a credere a questa storia, fatta di cadute e coraggiose spinte verso l’alto. Piano piano, infatti, il mondo che lo circonda è costretto a fare lo stesso. Dall’arte, alla scultura, per arrivare al cinema: a Roma non si parla altro che di lui.

Arte che va oltre e porta con sé lo spettatore

Il mondo confusionario di Ligabue sembra straripare, al di là della tela e del quadro, incluso quello della macchina da presa, ed investire il pubblico: l’impressione che si ha guardando questo film è quella di provare le forti emozioni che sente il protagonista. L’ossessivo e scomposto mondo di Antonio sembra fare proprio anche i ritmi della narrazione filmica, che si esprime infatti in uno nevrotico avanti e indietro nel tempo: il tentativo pare essere quello di seguire fedelmente l’evolversi dei pensieri nella mente dell’artista.

Così da restituire allo spettatore, pezzo per pezzo, un mondo che in realtà un tempo è stato unitario, ma più volte colpito, e ferito nel corso degli anni. I rari momenti di distensione, di quiete, sia mentale che esistenziale, che sembrano richiamare degli ampi respiri umani nel loro accadere, sono resi possibili dalle musiche che ampliano e restringono – e sicuramente contengono – i picchi e le voragini emotive dell’artista.

Il finale del film: tra luci e ombre

Se tutto il film sembra essere un tentativo di dolorosa quanto necessaria riconnessione tra Ligabue adulto ed il suo bambino interiore, il finale non fa eccezione. È vero, il pittore si trova ancora una volta in manicomio, e adesso è morente: questo dato di fatto potrebbe far pensare ad una disfatta definitiva. Antonio ha paura ed è disperato, ma una delle ultime inquadrature suggerisce qualcosa di diverso: il sentimento della speranza.

Una mano tesa: “Andiamo?”

Dove? Potrebbe completare con quest’avverbio, il primo interrogativo, lo spettatore. Verso un mondo – forse – dipinto da Ligabue, smussato nei suoi angoli più taglienti, e pensato come la sua casa, dove poter finalmente riposare nella sensazione di appartenenza. Da bambino sognata, da adulto rincorsa e qualche volta anche afferrata. In una vita luminosamente colorata, combattuta nelle sue difficoltà con la forza di una tigre, e nella quale Ligabue non si è risparmiato neppure davanti ai toni più scuri. Al di là della disperazione, dei tentativi di fuga e della paura.

Volevo nascondermi, oltre le definizioni: chi è stato davvero Ligabue?

Difficile, alla fine del film e di questo articolo, dire chi è stato Ligabue, esclusa la definizione di pittore e scultore convenzionale e pratica per un primo inquadramento del soggetto. Ancora, artista dalle spinte naïf, sostengono alcuni. Forse è stato tutto questo e molto altro: il cinema, l’arte e la cultura dell’epoca si sono interessati a questa figura. Ogni campo per un motivo diverso, con riferimento a logiche e necessità proprie.  

C’è però, forse, un modo per ricordare tale artista che gli possa davvero rendere giustizia: un essere umano che è riuscito a fare a pezzi definizioni ed etichette e immaginare un mondo libero, nel quale imprimere il segno dei propri pensieri, ideali e convinzioni.

Ligabue ed Antonio hanno infine imparato a dialogare: il primo disegna le bestie lottando contro i suoi fantasmi interiori che cerca di riprodurre sulla tela per esorcizzarli, comprenderli ed ancora ottenere una certa rassicurante distanza da essi. Il secondo, attraverso fughe mentali e concrete che mirano alla libertà, tenta per tutta la vita di scrollarsi di dosso proprio questa sprezzante etichetta di “bestia”, più vicino al mondo animale che a quello umano. Con una sola certezza: Antonio non è ciò che dipinge, è tutto ciò contro cui ha lottato per riuscire a dipingere. Ed arrivare, con la sua arte – finalmente – agli altri. Attraversando colori, luci e ombre. 

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