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Whatsapp, Facebook e Instagram in down: che tragedia, ma quella fatta di carta e inchiostro dov’è finita?

Il triumvirato della corrispondenza social bloccato per 6 ore

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Dal pomeriggio a poco prima della mezzanotte del 4 ottobre, è avvenuto un down simultaneo di WhatsApp, Facebook e Instagram con l’app di messaggistica e i social network che risultavano non funzionanti in quasi tutto il globo. Un blackout considerevole di 6 ore, che però non è stato il più lungo della storia recente: nel marzo 2019, infatti, i portali erano rimasti inaccessibili per circa 13 ore. Siamo stati più fortunati stavolta… il “triumvirato” – invitandoci a riflettere – si è concesso soltanto una breve ma meritata vacanza dall’uso inetto e smodato che subisce dagli indefessi polpastrelli degli indici dell’intera umanità.

La svolta tecnologico-digitale degli ultimi 20 anni ha sicuramente rivoluzionato le nostre vite, cambiando radicalmente le nostre abitudini quotidiane e apportando significativi miglioramenti. Soprattutto per quanto riguarda le comunicazioni – che siano lavorative o personali -, l’avvento dei cellulari prima e, soprattutto, degli smartphone oggi, ha permesso un’accelerazione vertiginosa al ritmo dei nostri scambi, tra chat, video-conferenze e quant’altro, mai così immediati nella storia dell’umanità.

Con WhatsApp Napoleone avrebbe perso a Waterloo?

Di certo con un whatsappino Napoleone non avrebbe perso a Waterloo. Il generale aveva già sconfitto i prussiani, quando fu accerchiato dagli inglesi. Chiamò il maresciallo Grouchy perché lo venisse a salvare con la cavalleria, inviandogli il proprio attendente per avvisarlo, ma questi venne ucciso durante il tragitto. Avesse avuto uno dei “triumviri” lo avrebbe avvisato con un messaggino: “Emanuè io sto a Waterloo, ho i Prussiani di fronte e Wellington alle spalle. Vieni a darmi una mano. Fai presto.

Eppure, tralasciando il simpatico scherzo storico, qualcosa si perde forse irrimediabilmente, sacrificato all’altare dell’efficienza e della velocità: stiamo parlando del brivido della corrispondenza, del modo tradizionale di comunicare, di scrivere una lettera.

Perché una volta, prima dell’avvento delle chat e della telefonia mobile, scrivere una lettera richiedeva una premura e un’attenzione oggi quasi inimmaginabili. Erano tempi diversi, e differenti erano soprattutto le tempistiche. Una volta si aspettava con trepidazione l’arrivo del postino, si osservava con bramosia e curiosità nella fessura della cassetta postale. Oggi vi si guarda quasi con fastidio, consapevoli che spesso sono solo le brutte notizie a giungere per vie così “obsolete” (bollette, raccomandate, multe e pubblicità).

La frenetica impersonalità della corrispondenza

L’impegno stesso di redigere una missiva era qualcosa di imparagonabile alla velocità attuale: erano necessarie pazienza e attenzione, bisognava concentrarsi non solo sul contenuto, ma badare con altrettanta meticolosità all’impaginazione, all’ordine e alla pulizia del foglio bianco, a mano a mano che lo si riempiva con il personalissimo apporto della propria grafia, già in grado di per sé di comunicare tratti personali e stati d’animo del momento. Le comunicazioni di oggi sono assolutamente rapide ed eteree a causa della telematicità, non hanno più un “peso” e sono molto più asettiche e impersonali, se rapportate alle ben più “pesanti” comunicazioni del passato.

Il messaggio e il mezzo con cui possiamo trasmetterlo sono una cosa sola o, perlomeno, si influenzano in un modo profondissimo. Dalle lettere al telefono, fino alle chat di Messenger o di WhatsApp, dalle ataviche cartoline spedite dalle vacanze giunte in ritardo settimane dopo il rientro, alle foto di Instagram – foto istantanee appunto – che ci raggiungono, ovunque siamo, in tempo reale. La velocità della comunicazione odierna è spaventosa. I messaggi che mandiamo ricevono un immediato feedback, cioè tornano indietro in modo estremamente rapido e, quando non tornano, scatta una sorta di disagio perché siamo abituati al loro flusso frenetico.

Una volta quando si spediva una lettera, non si era neanche così certi che fosse arrivata, almeno finché non arrivava la risposta.

Solitudine e incomunicabilità ai tempi delle chat

Mi viene in mente uno dei racconti più belli di Dino Buzzati, I sette messaggeri. Si tratta della storia di un principe che deve giungere nei confini del regno e ogni volta che procede avanti, manda un messaggero indietro per dare e ricevere notizie dal suo regno, ma più si allontana, più i messaggeri impiegano più tempo per raggiungerlo nuovamente, al punto che, essendo ormai il principe lontanissimo, manda il suo ultimo messaggero indietro, ma quest’ultimo non farà mai ritorno.

Il racconto di Buzzati ci suggerisce l’importanza del tempo nella comunicazione e di come molti messaggi che trasmettiamo oggi si perdano letteralmente nell’oblio, senza che possiamo saperne nulla di più. Avere meno tempo e più facilità per compiere l’atto comunicativo spinge alla frenesia, essere costretti a rispondere in tempi brevissimi, pigiando a mo’ di automa un semplice tasto, fa sì che non si abbia voglia affatto di rispondere, generando dei problemi anche nei rapporti: come se qualcuno ci stesse voltando le spalle mentre stiamo parlando con lui, cosa alquanto sgradevole.

Comunicare tutto e più rapidamente ha aumentato il senso della solitudine; ci ha privati dell’umanità dell’atto comunicativo, di scegliere l’importanza da dare alle parole, alla frase e anche ai silenzi; ha tolto il calore dei piccoli gesti e delle attese connesse alla comunicazione e credo ci abbia reso più sgarbati in molte occasioni e molto superficiali. Sì perché il mondo virtuale (quello nel quale non si vedono gli occhi dell’interlocutore!) è maledettamente superficiale.

Inoltre la necessità di essere rapidi ha parimenti accelerato anche i cambiamenti linguistici: la lingua si sta semplificando, ma in modo eccessivo, segno di un impoverimento culturale.

Italiano digitale o involuzione linguistica?

Pensiamo alle chat usate in cui siamo a tutti gli effetti in una zona grigia tra scritto e parlato, in cui tutto è all’insegna di una rapidità senza precedenti. Spesso e volentieri, non c’è tempo in chat per mettere bene la punteggiatura; non c’è tempo per ricordarsi le forme esatte del congiuntivo; non c’è tempo per cercare un sinonimo adatto a una parola abusata; non c’è tempo… eppure il tempo c’è perché il tempo della comunicazione è una scelta. Bisognerebbe ritrovare la lentezza, e in essa l’esattezza delle parole.

Vi immaginate Seneca alle prese con i 160 caratteri di un sms (short message service) mentre scrive a Lucilio? Oppure i carteggi tra Croce e Gentile con l’ausilio delle faccine di WhatsApp? E una lettera d’amore passionale di D’Annunzio alla Duse inviata via mail o un twitter di Pirandello a Marta Abba?

La capacità non semplice di rallentare probabilmente sarà il segno distintivo di chi vorrà un vero contatto con l’altro, di chi cercherà la parola giusta per la persona che avrà davanti.

Alla ricerca del tempo perduto dietro alle emoticon

Un tempo tutti (o quasi) scrivevano lettere, molti ne ricevevano: ed era anche curioso notare che molti a volte se ne lamentavano. La corrispondenza era considerata comunemente anche un onere, ma d’altra parte nessuno ci avrebbe rinunciato. Probabilmente nei giorni in cui il postino passava davanti alle nostre case a mani vuote ci si sentiva un po’ stizziti ed umiliati.

La ragione era semplice, se si pensa al significato intrinseco proprio delle lettere: le voci degli uomini, le espressioni di chi ha qualcosa da dire, da chiedere, da offrire, da proporre, di gente insomma che, con un motivo o con un pretesto, cerca di noi. Chiaro è che mentre a volte siamo stanchi della compagnia dei nostri simili, poi l’istinto di sociabilità che è in fondo ad ogni essere umano ci fa sentire la loro mancanza e quando abbiamo raggiunto la solitudine, proprio allora si aspetta più ansiosamente la posta.

Il carteggio è dunque anche una necessità antropologica; e poiché le lettere rispecchiano il carattere, le abitudini, la fisionomia morale di chi scrive, è dovere e interesse di ognuno curare la propria corrispondenza, cercare di scrivere bene, di esprimersi chiaramente, di non recare fastidio al prossimo, di far sì da non essere accolto malamente da esso, per la stessa ragione per cui a nessuno piace esser ricevuto male in una casa, essere ritenuto indiscreto, apparire ignorante, essere giudicato inopportuno.

Nei rapporti personali si sente la mancanza delle lettere di carta. Ben venga la comunicazione istantanea, per carità, ben vengano le mail e i social network, ma se ogni tanto ci fermassimo a scrivere i nostri pensieri su un foglio di carta, sarebbe così sconveniente? Non credo, anzi impareremmo di nuovo a tenere in mano la penna (molti l’hanno dimenticato!) e a riflettere su ciò che quella penna sta producendo.

una lettera scritta e una fotografia su un tavolo

La fretta, troppe volte, è cattiva consigliera: inviamo mail senza pensare, scriviamo messaggi come se piovesse, tempestiamo gli altri di parole inutili. La carta, invece, ci dà la possibilità di indugiare, di leggere, di rileggere e persino di tornare sui nostri passi, perché finché non ci alziamo dalla sedia per uscire a cercare una buca delle lettere, quelle parole restano con noi.

Leggere su carta i pensieri che un’altra persona ha voluto dedicarci, tenerli in mano, sentirne l’odore è qualcosa di impagabile; qualcosa che possiamo assaporare e che possiamo ritrovare anni dopo in un cassetto della scrivania, magari dopo essercene dimenticati per tanto tempo, rivivendo quasi le stesse emozioni di un tempo che fu. Qualcosa che ci fa riscoprire la bellezza delle cose lente. Qualcosa che, insomma, dovremmo tornare a fare, almeno nelle occasioni speciali, in quanto gli epistolari privati rappresentano uno squarcio di luce nella possente chiglia della nostra intimità.

Roberto De Frede è avvocato, scrittore, amante degli studi umanistici nonché attento osservatore del mondo contemporaneo con uno sguardo imprescindibile alla storia, maestra di vita.

È importante aggiungere più vita agli anni, non più anni alla vita

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